Niente quote rosa, restiamo tutti uguali

MATTEO RENZI
Sconfitta su tutta la linea. A nulla valgono gli appelli di Giorgio Napolitano e Laura Boldrini, le petizioni ai leader dei partiti firmate da 90 deputate rigorosamente bipartisan e persino l’ultimo gesto, vestirsi di bianco per sensibilizzare i colleghi maschi. Le quote rosa, ossia le norme per garantire la parità di genere nella composizione delle liste bloccate e quindi in Parlamento, restano fuori dall’Italicum. L’Aula della Camera, dove è in discussione la nuova legge elettorale, boccia tutti e tre gli emendamenti volti a introdurle. E alla fine finisce in polemica. Inevitabilmente. Anche perché la bocciatura delle quote rosa conferma l’intangibilità dell’accordo tra il premier Matteo Renzi e il leader di FI Silvio Berlusconi.
Dopo un dibattito andato avanti per giorni – con le deputate che chiedevano la parità di genere nonostante il patto Pd-Fi non lo prevedesse esplicitamente – il governo e i partiti decidono di lavarsi le mani sulle quote rosa, nonostante la mezza apertura di venerdì arrivata da una parte dei Dem e da Ncd. Il no di FI risulta alla fine decisivo, come del resto aveva già annunciato il presidente del Consiglio: «Modifiche all’Italicum solo se sono d’accordo tutti i partiti che hanno siglato il secondo accordo». Per superare l’impasse infatti il governo decide di rimettersi all’Aula, blindando di fatto l’accordo raggiunto sul testo di riforma della legge elettorale. Lo stesso fa il relatore in commissione Francesco Paolo Sisto. Decisivo un incontro nel pomeriggio tra il ministro Maria Elena Boschi e i presidenti dei gruppi di Pd, FI, Scelta Civica e Ncd, che decisono di lasciare libertà di voto.
Così per tutto il pomeriggio si va avanti ad appelli e comunicati stampa, fino al voto finale a scrutinio segreto sui tre emendamenti volti a introdurre la parità di genere. Il primo che prevede l’obbligo di alternanza uomo-donna nella composizione delle liste viene respinto con 335 no e 227 sì. I due partiti principali che sostengono l’Italicum, Pd e FI, però si spaccano. I voti a favore sono solo 227, ben inferiore al numero dei deputati del Pd, che è di 293. Anche il secondo emendamento che propone una parità di genere al 50% per i capilista non passa, con i voti sfavorevoli che aumentano per giunta: 344 no e 214 sì. E anche il terzo emendamento che prevede una percentuale di 60 a 40 sui capilista – modifica al testo su cui puntano tutto le deputate di Pd e FI schierate in maniera bipartisan a favore delle quote rosa – viene bocciato con 298 voti contrari e 253 favorevoli.
In Aula è bufera. La presidente Laura Boldrini – in prima linea per sensibilizzare i colleghi deputati a votare a favore delle quote rosa – sospende la seduta per convocare la capigruppo e decidere come proseguire i lavori. Le parlamentari intanto protestano. Le deputate Pd lasciano l’Aula di Montecitorio e chiedono al capogruppo Roberto Speranza di convocare subito la riunione del gruppo. Minacciano di far mancare il numero legale per impedire la prosecuzione dei lavori sulla legge elettorale. Si recano tutte nell’aula Enrico Berlinguer, presso gli uffici del Pd alla Camera, dove autoconvocano una capigruppo. Renzi prova a metterci una toppa: «Il Pd rispetta il voto del Parlamento ma rispetta anche l’impegno sancito dalla direzione su proposta del segretario: nelle liste democratiche l’alternanza sarà assicurata».