Mez, la rabbia di Sollecito «Fatti a pezzi per niente»

Sollecito

Preferisce leggere un documento davanti ai giornalisti e allo spiegamento di telecamere. Raffaele Sollecito non parla a braccio, non ce la fa ancora. Comincia dai ringraziamenti agli avvocati e alla sua famiglia, anche quelli sono scritti sui fogli che tiene tra le mani. Capelli lunghi, la stessa faccia da ragazzino che aveva quando questa storia è cominciata, non rischia inciampi. Così è più facile andare per ordine: dalle pene sofferte in questi anni, alle speranze per il futuro. Gradatamente, arriva al nodo: «Non so se la giustizia abbia funzionato – dice – se guardo all’esito finale posso dire di sì, ma se penso a quello che ho passato ho difficoltà a dirlo». Dimentica un pensiero per Meredith, nel discorso che ha preparato, o hanno scritto per lui, non c’è neppure un cenno. Sono i giornalisti a chiedere: «Non la conoscevo quasi per nulla – risponde – l’avrò salutata un paio di volte, non avrei avuto motivo di avere neppure astio nei suoi confronti. Mi rattrista che la sua famiglia sia dispiaciuta per la mia assoluzione».
E Sollecito si rivolge anche alla stampa: «Adesso, dopo sette anni e cinque mesi di sofferenze indicibili, non chiamatemi più assassino, ci tengo a consigliare la massima cautela nel racconto della vicenda giudiziaria, poiché non lo accetto più e sarò pronto a tutelare la mia dignità nelle sedi opportune». In una delle sale del Centro congressi Cavour, Sollecito, definitivamente assolto venerdì insieme ad Amanda Knox dall’accusa di avere ucciso Meredith Kercher nel 2007, è «rinato». Si presenta con gli avvocati Giulia Bongiorno, Luca Maori e Francesco Mastro. Il padre Francesco e la sorella Vanessa rimangono in platea. La premessa è della Bongiorno: «Non si tratta di una conferenza stampa ”tecnica”, perché Sollecito non ha più bisogno di difesa. È solo un contributo informativo, un incontro con i giornalisti, visto che altrimenti non lo lasciate vivere».
SEQUESTRATOComincia dal dolore: «Mi sento come un sequestrato che è tornato in libertà dopo sette anni e cinque mesi. Ma il mio sequestro è stato insopportabile, non solo perché per quattro anni sono stato in carcere ma anche perché sono stato additato come un assassino. E senza uno straccio di prova». Poi aggiunge: «Non credo che qualcuno possa lontanamente immaginare cosa significhi vedere la propria vita e la vita della propria famiglia fatta a pezzi, sbriciolata per nulla».
IL MOMENTO PIÙ BELLO«Il momento più bello è stato senza dubbio quello che ha messo fine a un incubo: la chiamata di mia sorella dopo la lettura del dispositivo di annullamento senza rinvio da parte della Cassazione. Per me è stato come rinascere. L’inizio di una nuova vita, o meglio, ora torno alla mia normale esistenza».
IL MOMENTO PIÙ BRUTTOSollecito ha una lunga lista di momenti dolorosi: «E’ paradossale – dice – ma ogni volta che penso al momento più brutto non so quale scegliere. Ho l’imbarazzo della scelta Tra i momenti più brutti c’è quello del mio arresto. Mi sembrava una cosa surreale, ma quando ero recluso la certezza della mia innocenza mi consentiva di sperare che prima o poi la giustizia mi avrebbe dato ragione». Aggiunge che è difficile fare una graduatoria, ma non può certo dimenticare il momento in cui la Cassazione, due anni fa, ha annullato la sentenza di assoluzione della corte d’assise d’appello di Perugia. E aggiunge: «Non dimentico nemmeno quando nelle carte abbiamo trovato offese gravissime nei confronti dei miei familiari. Ho avuto paura, perché ho percepito livore nei miei riguardi: ho pensato se mi disprezzano può succedere tutto».
AMANDA«Dopo questa conferenza stampa – dice Sollecito – non intendo più parlare del processo. Ho letto, sia nelle sentenze sia nei vostri articoli, ricostruzioni non veritiere sul mio rapporto con Amanda. Era una semplice amicizia tra due ragazzi. Per questo ho deciso di non parlarne più, auguro ad Amanda ogni bene. Forse un giorno scriverò un libro su quello che mi è successo». Non ha nessun particolare desiderio di vedere la Knox, che ha sentito brevemente al telefono dopo la sentenza. È suo padre, Francesco, a chiedere, invece, a Rudy Guede, l’ivoriano in carcere per l’omicidio di Mez, di dire finalmente la verità: «Lo deve alla famiglia Kercher, non ha nessun motivo per tacere». La difesa di Sollecito sta valutando se chiedere l’indennizzo per l’ingiusta detenzione ed esclude l’azione per la responsabilità civile dei giudici che lo hanno condannato. Meglio aspettare le motivazioni del verdetto.

Il Messaggero