Medico malato, psicosi Ebola a New York

Ebola

NEW YORK Sono piccoli gesti, che possono passare inosservati: la signora che sale in autobus e si infila i guanti per non attaccarsi ai sostegni con le mani nude, la mamma con bambino che cambia sedile quando il suo vicino si mette a tossire. I newyorchesi sono in genere gente con i nervi saldi, hanno vissuto gli attentati del 2001, il black out del 2003, gli uragani Irene e Sandy, e ora affrontano l’ebola sforzandosi di apparire noncuranti. Ma il nervosismo si avverte, anche se è superato dall’irritazione per l’uomo che ha portato il virus a Manhattan. Nessuno nega che Craig Spencer sia stato un eroe quando è andato con “Medici Senza Frontiere” in Guinea e ha assistito almeno un migliaio di malati di ebola. Ma molti si chiedono perché il 33enne medico della Columbia University abbia girato per la città, salendo e scendendo dalla metro, prendendo tassì e andando a giocare a bowling anche quando ha cominciato a sentirsi “debole”.
Spencer ha chiamato le autorità mediche e si è fatto ricoverare all’ospedale Bellevue la mattina di giovedì, quando ha visto che aveva la febbre. Da quel momento si è comportato in maniera esemplare, ma nei due giorni precedenti ha mantenuto un comportamento a dir poco strano per un esperto di Ebola. Questo almeno pensano i newyorchesi, e su questo punto non nascondono di essere irritati. Le autorità insistono che in quei giorni Spencer non era un pericolo per gli altri, e tuttavia “per un eccesso di cautela” hanno chiuso la sala da bowling per una disinfezione e hanno messo in quarantena le quattro persone con cui era stato in contatto, l’autista del tassi, la fidanzata e due amici con cui aveva fatto una partita a bowling.
MORTA BIMBA IN MALI
Non solo: sia lo Stato di New York che il confinante New Jersey hanno annunciato che imporranno una quarantena obbligatoria per tutti i lavoratori del settore sanitario di ritorno dall’Africa Occidentale. Contemporaneamente si è saputo che all’aeroporto di Newark una passeggera in arrivo dalla Guinea era stata messa in isolamento. Anche peggio: la bambina di due anni che proprio dalla Guinea era andata nel Mali e lì si era scoperta ammalata di Ebola, è morta ieri sera.
Pur con questo retroterra di ovvia tensione, le autorità newyorchesi si sono sforzate di tranquillizzare l’opinione pubblica, spiegando come la città si sia preparata da tempo all’arrivo del virus. Per la precisione, i preparativi sono cominciati sin da luglio – quando i Cdc, i centri di controllo delle malattie infettive – avevano mandato un primo allerta a tutti gli ospedali degli Usa. New York ha cominciato già allora a comprare tute per hazmat (hazardous materials) e ha addestrato il personale delle ambulanze, i vigili del fuoco e la polizia.
L’INFERMIERA GUARITA
Sia il sindaco Bill De Blasio che il governatore Andrew Cuomo hanno insistito che pur «in una città affollata, con milioni di abitanti come New York» si può star tranquilli. Tutti e due ieri hanno preso la metropolitana, per dimostrare che non ci sono rischi di contagio anche se Spencer aveva preso quattro diverse linee nei giorni prima di diventare sintomatico.
Lo stesso presidente Obama ha dato una mano, e ha incontrato alla Casa Bianca l’infermiera texana Nina Pham, una di quelle infettate e poi curate: il presidente ha voluto così dimostrare che una volta guariti i pazienti non sono più pericolosi. L’infermiera era stata ricoverata a Bethesda, nel Maryland, e ieri ha detto che non vedeva l’ora di tornare in Texas, per rivedere la famiglia e riabbracciare il suo cane, Bentley: a differenza del cane dell’infermiera spagnola, che venne sottoposto a eutanasia, lo spaniel di Nina è solo stato messo in quarantena, con grande soddisfazione dei difensori degli animali.

IL MESSAGGERO