M5s, non si governa con il mal di media

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L’IDEA di una “rivoluzione normale e gentile” propugnata a Palermo da Virginia Raggi andrebbe spiegata meglio al drappello di ultras nevrastenici che a quel meeting ha aggredito a manate e parolacce alcuni giornalisti in quanto giornalisti, dunque servi dei poteri forti.

La difesa della categoria in quanto tale è molto poco interessante. Detto che ci sono giornalisti bravi, altri meno bravi, altri così così, si è già detto tutto il necessario, ed è abbastanza superfluo aggiungere che è bene non picchiarli, specialmente i meno bravi che sono quelli che dovrebbero stare più a cuore ai veri rivoluzionari.

Interessante, invece, sarebbe capire come si sostanzia e dove va a parare, politicamente e culturalmente parlando, quella particolare e delicata branca dell’ostilità alle “caste” (quelle vere e quelle presunte) che è l’odio per i giornalisti: uno dei caposaldi del grillismo. Partito, nella migliore delle ipotesi, come critica radicale di un sistema mediatico giudicato speculare al potere, autoreferenziale, distante “dai veri problemi dei cittadini”, minaccia di assumere, strada facendo, venature putiniane mano a mano che il Movimento si avvicina alla stanza dei bottoni.

Come è inevitabile che sia, l’aumento delle responsabilità amplifica la pressione mediatica: se Raggi fosse solamente una giovane avvocata, vivrebbe serena. Ma è diventata sindaco della capitale d’Italia, e dunque eccola investita da uno tsunami di parole e immagini che è certamente molto faticoso da reggere dal punto di vista umano, ma ha come unico “mandante” la voglia (e il diritto) dell’opinione pubblica di sapere come vanno le cose in Campidoglio. Questa pressione non è sempre corretta e non sempre fedele al suo mandato: ho scritto pochi giorni fa che trovavo inutile e orribile l’assedio di cronisti sotto l’abitazione privata di Virginia Raggi, e l’ho scritto su questo giornale, non su un blog corsaro, perché la stampa – stavo per dire: la democrazia – è abbastanza forte da sapersi contraddire.

Ci si domanda: è il Movimento abbastanza forte da sopportare di essere contraddetto? O insegue un modello (metà ridicolo, metà inquietante) di autarchia mediatica che pretende di autorappresentare (come fanno i regimi, e solamente i regimi) le proprie azioni? Se la pietra di paragone deve essere il blog di Grillo, anche tralasciando ogni polemica sull’autorevolezza degli interventi (che pure conta), il livello di aggressività, disprezzo degli altri, superficialità dei giudizi, è perfino al di sotto di quello di molte gazzette politiche che usano l’insolenza e l’approssimazione come il pane. La violenza verbale di piazza e di blog, dunque pubblica, contro gli avversari politici, contro chiunque governi e i suoi presunti “servi” è fin dal primo momento, dalle parti di Grillo, un piatto forte. Non è mobbing mediatico anche quello, con i suoi rosari di vaffanculo? Che cosa ha di migliore, di più virtuoso, soprattutto di più “vero”, quel modo di riferirsi al mondo e alle persone, rispetto al sistema dell’informazione così come è, con tutte le sue nefandezze e le sue omissioni?

Sarebbe interessante capire quale genere di “informazione” il Movimento avrebbe gradito oppure autoprodotto, sulle vicende romane, nel caso gli odiati “poteri forti”, e i loro servi con taccuino e telecamera, fossero messi finalmente a tacere. Che le liti interne siano state amplificate e teatralizzate è possibile, ed è un difetto tipico dei media, che tendono all’enfasi, d’altra parte, anche quando si occupano di quisquilie, figuriamoci della Giunta di Roma. Ma sono venuti fuori – grazie ai media – anche errori marchiani, interferenze politiche (vincenti) della eterna destra romana, goffaggini, gelosie, immaturità: non si dovevano/potevano scrivere?

Grillo, dal palco, non ha saputo pronunciare, in proposito, che qualche spiritosaggine, non in tono, diciamo, con il suo ritrovato status di leader, per giunta di un partito che ha ambizioni di governo. Leggermente meglio hanno fatto altri pezzi dello stato maggiore (la cui composizione rimane comunque imperscrutabile) sostenendo che l’accaduto era sì sgradevole, ma provocato da “scelte editoriali decise nei piani alti”. Bisogna che qualcuno gli spieghi che ai “piani alti”, ormai, ci abitano loro. In Campidoglio, anzi, solo loro. Governano, e da che mondo è mondo chi governa, quando vede un giornalista, deve annodarsi la cravatta, sorridere, cercare di non farsi fregare dalle domande cattive, sorvolare sulle domande sceme, rispondere a tono alle domande intelligenti. E sapere che quello, anche quello, è il suo mestiere. Come si dice al bar: hai voluto la bicicletta? Pedala.

La Repubblica