Libia nel caos italiani in fuga L’Isis: «Siamo a sud di Roma»

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Non è un esodo, tanto i numeri sono piccoli. Un’ottantina di italiani hanno lasciato la Libia, un lungo viaggio prima su un catamarano maltese poi, raggiunte le nostre coste – il porto siciliano di Augusta -, si prosegue con un volo a Roma. A fare da scorta, un’imbarcazione della Marina militare. E a sorvegliare, dall’alto, questo triste viaggio verso casa – triste perché imposto da ragioni di sicurezza – un aereo Predator, senza pilota. In un quadro di minacce crescenti, che ancora una volta toccano l’Italia: «Siamo a sud di Roma», si avverte con enfasi nell’ultimo video jihadista. Un video nel quale si vede la decapitazione di 21 cristiani copti egiziani e che ha causato l’immediata risposta del presidente al-Sisi: «Ci riserviamo il diritto di reagire».
E l’ambasciata italiana a Tripoli da ieri è chiusa, seppure «temporaneamente», con il personale anch’esso rimpatriato via mare, compreso l’ambasciatore a Tripoli, Giuseppe Buccino. L’Italia è l’ultimo Paese occidentale a lasciare la sua rappresentanza diplomatica in Libia. Aveva resistito fino all’ultimo per ragioni storiche, politiche, economiche. Chiude per il «deteriorarsi della situazione» spiega il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Nell’ambasciata italiana l’inviato delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, incontrava le parti in conflitto. Un avamposto della pace.
AL BAGHDADI
È la seconda ambasciata italiana che chiude in tre giorni: venerdì scorso era stata la nostra rappresentanza nello Yemen a lasciare, con quella di Berlino e quella di Riad. In Libia la nuova minaccia è l’Isis, le milizie del Califfo Abu Bakr al Baghdadi, che si sono inserite come un coltello nel burro nella guerra delle fazioni che si stanno contendendo il Paese. L’ottobre scorso miliziani jihadisti del “Consiglio della Shura dei Mujahideen” avevano conquistato Derna, città costiera. A metà dicembre il gruppo ha dichiarato fedeltà a Al Baghdadi. Nel frattempo, sarebbero stati richiamati sul territorio combattenti libici, addestrati e temprati dalla guerra in Siria e in Iraq.
«FIRMATO CON IL SANGUE»
Da fine gennaio la situazione è precipitata. È di tre giorni fa la presa di Sirte, città strategica sul Mediterraneo. I piani militari si accompagnano a un’altrettanto studiata campagna di comunicazione. Che si rivolge all’Occidente, per spaventarlo, come ieri con un video dal titolo: “Un messaggio firmato con il sangue alla Nazione della Croce”, che mostra la decapitazione dei ventuno egiziani, cristiani copti, catturati circa un mese fa. Il video è stato segnalato da Rita Katz, direttrice del Site, centro d’intelligence con sede a Washington. Nel commento ci sono altre minacce: «Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma…in Libia». L’Italia è bersaglio dichiarato da quando Gentiloni ha detto che Roma è pronta a combattere l’Isis. La Difesa ha aggiunto ieri che l’Italia è pronta a uno sforzo paragonabile a quello in Afghanistan, anche se su quanti soldati da impegnare non è stata ancora presa una decisione.
Campagna di comunicazione, quella dell’Isis, che sul territorio fa facilmente proseliti tra le fazioni radicali già in guerra, in particolare tra i combattenti di Ansar al Sharia. Gli italiani vanno via da Tripoli e dalla Libia in guerra. Ma c’è anche chi resta nei territori più protetti. La Farnesina insiste nel volerlo rimarcare, quella di ieri è solo «una delle preannunciate operazioni di alleggerimento dei connazionali presenti nel Paese». Tra le ragioni non dichiarate dell’operazione-rientro c’è il timore che nostri connazionali siano obbiettivo di rapimenti. Un rischio che l’Italia non si può permettere.

Il Messaggero