Lavoro, Renzi attacca Landini: sconfitto nella Fiom si dà alla politica

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Il via libera al Jobs act da parte del governo infiamma la polemica nel mondo politico e sindacale. Palazzo Chigi non ha affatto gradito l’attacco di Maurizio Landini («È cambiato tutto, siamo alla fine di un’epoca: è venuto il momento di sfidare democraticamente Renzi», l’avvertimento del leader della Fiom) e il premier, intervenendo in Tv durante la trasmissione “In mezz’ora”, ha contrattaccato con durezza. «Un sindacalista che fa politica non è il primo» ha ironizzato Renzi aggiungendo che «sul Jobs Act ognuno può avere l’opinione che vuole, ma se la si butta in politica è difficile pensare che tutte le manifestazioni non fossero propedeutiche all’entrata in politica». Poi, entrando nel merito delle critiche di Landini («Siamo a uno scardinamento sostanziale dello Statuto dei lavoratori, non a caso Confindustria rilancia chiedendo di realizzare quanto fatto alla Fiat, oggi Fca: cancellare il contratto nazionale» ha accusato il sindacalista), Renzi ha affermato che «il progetto Marchionne sta partendo, la Fiat sta tornando, meno male, a fare le macchine. Sulla partita tra chi diceva che la Fiat è finita e chi diceva diamo fiducia a Marchionne il dato è che la Fiat sta tornando ad assumere. La sconfitta sindacale pone Landini nel bisogno di cambiare pagina e il suo impegno in politica è scontato». Una scelta inevitabile, a giudizio del premier, perché «non credo che Landini abbandoni il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini». In serata, in ogni caso, Landini ha esluso impegni partitici o elettorali.
LE REAZIONI
Quanto alle critiche di Laura Boldrini, che due giorni fa ha lamentato il disinteresse del governo per i pareri del Parlamento sul Jobs act, Renzi ha liquidato la questione spiegando che «è un problema suo, non nostro: la riforma ormai è andata. La Boldrini è la presidente della Camera – ha aggiunto l’ex sindaco di Firenze – è l’arbitro dei giochi parlamentari e la lascio fuori dalla discussione». A difesa di Boldrini, attaccata da Scelta civica, sono intervenuti ampi settori della sinistra Pd. E in particolare l’ex ministro del Lavoro Damiano e Fassina. Mentre Graziano Delrio ha garantito che sull’iter della riforma non si è consumata «alcuna umiliazione del Parlamento». Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio si è invece detto sicuro che con il Jobs Act presto «vedremo buoni frutti». Più dura la posizione di Debora Serracchiani. «Mi è un po’ e dispiaciuto, personalmente e politicamente, il fatto che la terza carica dello Stato abbia preso una posizione così di fronte a una riforma del governo. Mi sembra un eccesso rispetto alla sua posizione di garanzia», ha detto il vicesegretario del Pd rispondendo così anche alle critiche della sinistra sui decreti attuativi. «Mi fa piacere – ha aggiunto – che Ncd esulti per una riforma di sinistra». Il clima interno al Pd sul Jobs act resta comunque molto teso. «Non aver tenuto conto» dei pareri delle commissioni sui licenziamenti collettivi nel Jobs act mortificando un dialogo che sembrava muoversi nella direzione giusta per trovare convergenze, non potrà non avere conseguenze» hanno avvertito le senatrici Pd Erica D’Adda e Patrizia Manassero, della Commissione Lavoro.

Il Messaggero