Lavoro, caos Pd la minoranza divisa «Quanti voteranno davvero contro?»

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Sette emendamenti della sinistra pd di rito bersaniano. Tre emendamenti dei giovani turchi con aggiunta di franceschiniani. Seguono pure le firme: 35-40 per i primi, 25 (in aumento, riferiscono) per i secondi. Il Pd è in pieno caos da articolo 18, sembra l’incipit del manzoniano Conte di Carmagnola, «s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo». Qui sono tutti squilli di sinistra, ma tant’è. Certo è che, se quelle 35-40 firme dovessero restare e non giungere a una mediazione, la maggioranza di governo al Senato non ci sarebbe più. Ma i 40 sono tutti lì pronti a trasformarsi in tanti Turigliatti che mettono a repentaglio la vita del governo? A sentire i protagonisti, addirittura i più lanciati sul terreno del no al Jobs act renziano, le cose non congiurano in questa direzione.
Dice Pippo Civati, capo della minoranza più intransigente: «Quanti ne rimarranno alla fine? Non lo so proprio, mica io posso imporre o dire a dei vetusti senatori come devono votare. E’ probabile che finirà come per la riforma del Senato, altrimenti a Matteo toccherà salire le scale del Quirinale, ma lo dico così, come ipotesi di scuola». Lo stesso pensa Stefano Fassina, altro incendiario ma consapevole dei punti di ricaduta: «Alla fine la maggior parte rifluirà, lo so. Quel che si è voluto mettere in evidenza è che questa ricetta non va bene, non serve, è agenda Monti pura, la crisi ha bisogno di ben altre soluzioni». Spiega a sua volta Miguel Gotor, bersaniano doc: «Non vogliamo nessuno scontro, nessuna resa dei conti, se no facciamo il gioco di Renzi. E’ bastato quel paragone con la Thatcher fatto dalla Camusso, che abbiamo rischiato di infilarci in un vicolo cieco. No, no, vogliamo arrivare a una mediazione». Fatto sta che le sinistre del Pd arrivano all’appuntamento in ordine sparso anche se Francesco Bonifazi, vicinissimo a Renzi, twitta così: «E’ tornata l’allenaza dei perdenti».
In realtà ci sono i giovani turchi che ormai stanno in maggioranza e non più con quel 18 per cento rovinoso delle primarie; poi c’è la guerra degli emendamenti a sinistra; non ultimo, in tarda serata si è riunita Area riformista, la componente bersaniana, relazione di Epifani, conclusioni di Speranza, rigidamente chiusa a ogni altra componente, Cuperlo compreso. Sono gli strascichi della formazione della nuova segreteria, che si è portata dietro musi lunghi e divisioni tra chi delle minoranze non voleva entrarci, chi invece sì al grido di « ora si lavora insieme», e chi si è convinto a farne parte ma con personaggi non di primo piano. Uno dei più convinti sostenitori del lasciarsi il congresso alle spalle, il dalemiano Enzino Amendola, attacca: «Il provvedimento di Renzi e Poletti è ottimo, è importantissimo, va sostenuto e fatto passare, quegli emendamenti sono solo ipotesi, possono servire a migliorarlo, ne discuteremo, non sono e non devono essere ostacoli o trappole per puntare ad altro».
LA RIUNIONE CON IL MINISTRO

La mediazione l’ha fornita il ministro Poletti ai senatori riuniti in mattinata in assemblea. Una mediazione in due punti: 1)il 18 rimane solo per i licenziamenti platealmente discriminatori, per i quali rimane la reintegra; 2)ci sono i soldi per gli ammortizzatori sociali. «La riforma non è solo e tanto l’art.18, abbiamo i fondi per tutte le altre misure che rivoluzionano in meglio la condizione del lavoro», ha spiegato il ministro. «Poletti ha offerto la strada buona per chi voglia trovare una sintesi», chiosa Giorgio Tonini ”veterano” in segreteria, «non vedo show down alle porte, né penso che Renzi torni indietro». Dunque, come se ne esce al Senato? «Finirà come è già accaduto per la riforma costituzionale», ricorda Tonini. E cioè: anche allora in 25 guidati da Chiti firmarono contro, ma al momento del voto finale non ci fu un solo contrario esplicito in aula, i dissidenti che nel frattempo erano diventati cinque-sei espressero il loro no non partecipando al voto. Questo passaggio, in termini procedurali, si presenta anche più facile: i senatori si esprimeranno dopo la riunione di direzione del 29, là Renzi ha una maggioranza schiacciante dell’80 per cento. Ci sarà un richiamo all’ordine? Non si sa. Qualcuno della maggioranza, come Marina Sereni, punta il dito: «Non è accettabile che si presentino emendamenti a nome di una componente».

Il Messaggero