La svolta Usa: «No fly zone sulla Siria»

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La tensione sulla Siria tra Stati Uniti e Russia, accumulata negli ultimi dieci giorni, si è scaricata ieri mattina nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha detto che «finché tutti gli aerei non resteranno a terra, sarà impossibile arrivare a una vera tregua sul campo e dare via libera all’assistenza umanitaria». L’ultima proposta degli Usa, dunque, è quella di creare una «no fly zone in alcune aree chiave della Siria», un’idea, peraltro, avanzata a più riprese da Hillary Clinton e finora sempre bocciata da Washington.

Ora l’amministrazione di Barack Obama ha cambiato idea. Perché? Una prima risposta viene proprio dall’aspro scontro nel Consiglio di Sicurezza tra lo stesso Kerry e il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov. I russi accusano gli americani di aver violato la tregua del 12 settembre, attaccando sabato 17 un avamposto dell’esercito di Assad, uccidendo 30 soldati. «Occorre un’indagine seria e imparziale», ha detto Lavrov nell’organismo di comando delle Nazioni Unite. «Sembra che Mosca sia su un universo parallelo — ha risposto irritato Kerry —. Sì, la coalizione ha colpito sabato, ma è stato un terribile incidente, lo abbiamo riconosciuto immediatamente. Ma qualcuno crede davvero che il convoglio di aiuti abbia preso fuoco da solo?». Il segretario di Stato si riferisce all’altro bombardamento, quello che lunedì 19 ha distrutto 31 camion della Mezzaluna rossa e delle Nazioni Unite. Il Pentagono ha subito indicato la responsabilità di Mosca, che, invece nega ogni addebito e anzi ribalta l’accusa su Washington.
L’Onu, comunque, ieri ha deciso di far ripartire i convogli che trasportano cibo e medicine. Dalla Siria, però, arrivano notizie di altri bombardamenti di dubbia provenienza e la marina russa schiera anche la portaerei Kuznetsov, più sei navi da guerra nel Mediterraneo orientale.
In realtà la diplomazia americana appare in difficoltà di fronte allo spregiudicato attivismo di Vladimir Putin.
Martedì notte Kerry si è visto con i partner del G7, a New York, a margine dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Il summit, del tutto informale e rimasto riservato, si è tenuto nell’hotel Marriott East Side di New York. La riunione si è chiusa senza una vera strategia, se non quella di lanciare un’offensiva diplomatica con Lavrov. E infatti ieri tutti i ministri del G7, dal britannico Boris Johnson all’italiano Paolo Gentiloni, hanno visto il collega russo.
Tra le diplomazie occidentali si fa strada l’idea che il presidente siriano Bashar al Assad punti alla divisione del Paese, ma non prima di aver conquistato Aleppo e consolidato il controllo sulle coste. Uno scenario, pensano gli americani, che potrebbe andare bene anche a Mosca. Gli equilibri della regione sarebbero stravolti. Nella notte Obama e Kerry hanno studiato la contromossa. Secondo il New York Times il presidente vorrebbe armare direttamente i curdi siriani per combattere il Califfato. Una scelta che però guasterebbe i rapporti con la Turchia. Di ufficiale, allora, c’è solo la richiesta di Kerry: via tutti gli aerei dai cieli siriani.

Corriere della Sera