La rivolta di Treviso contro i profughi. Roghi e scontri: “Via i neri da qui”

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Le due ragazzine con la schiuma da barba scrivono “Italia” sull’erba del prato e accanto disegnano una freccia che indica una palazzina bianca di cinque piani. «Sono ancora bimbe — spiega una signora — ma hanno le idee chiare. Col disegno dicono che sono state costrette a lasciare la loro casa, che è un pezzo d’Italia, perché la palazzina è stata invasa da 100 africani, per la precisione 101. I neri in casa e loro qui sul prato, costrette a dormire in tenda». Le ragazzine hanno ancora schiuma nella bomboletta. «Non siamo razzisti. Vogliamo solo casa nostra», scrivono ancora. È iniziata una storia brutta e pesante, in questo paese che è periferia della città. L’arrivo improvviso di un centinaio di richiedenti asilo africani non ha provocato solo urla di protesta e scritte sulle lenzuola. C’è stato un incendio, con tv al plasma con decoder dati alle fiamme, c’è stato il furto di tutti gli oggetti che dovevano «arredare le case dei neri», sono volati pugni quando è arrivato «il pranzo per quelli là». «Ma poi abbiamo lasciato passare il cibo, il diritto di mangiare vale per tutti».

Poliziotti e carabinieri davanti all’ingresso della palazzina. Al di là della strada, uno strano campeggio. Sei tende, tavoli, sedie, materassi sull’erba, ancora avvolti nel cellophane. «Sì, sono quelli portati qui per gli africani. Così alcuni li abbiamo presi anche noi». Non si vedono, i ragazzi arrivati da Nigeria, Ghana, Mali e Gambia. Tapparelle abbassate, come se temessero un assalto. Nella palazzina di 28 appartamenti abitavano 10 famiglie italiane che quando due pullman hanno portato qui gli africani mercoledì alle 9.30, sono subito uscite di casa. «Ma se lei avesse tre figli, di cui due gemelle adolescenti — racconta l’uomo che sceglie di chiamarsi Giovanni — resterebbe in un palazzo come questo? Con uno degli appartamenti dei neri abbiamo anche un balcone in comune, con un tramezzo di mezzo metro». Giovanni è uno dei tanti a dichiararsi «non razzista». «Questi africani sono giovani, non hanno un lavoro. Nulla da fare tutto il giorno e mio padre poliziotto mi spiegava che chi sta sempre con le mani in mano può decidere di fare cose non buone. E questi, appena arrivati, si sono messi ai balconi a filmare noi qua sotto, a scattare foto. Come per dire: protestate pure, siamo arrivati qui e non andiamo più via. E poi, tutto quel ben di Dio per arredare gli appartamenti… Avevano davvero bisogno di tv satellitari che non abbiamo nemmeno noi?».

Alle due della notte il primo blitz. Un gruppo di Forza Nuova («Con noi c’erano anche dei residenti nel palazzo», dicono) sfonda una recinzione, spacca una finestra ed entra in un appartamento a piano terra, dove ci sono gli oggetti ancora non portati negli appartamenti. Almeno 6 tv al plasma vengono ammucchiate in mezzo alla strada e date alle fiamme. Il resto viene portato nel prato accanto al campeggio improvvisato. C’è di tutto: ciabatte, carta igienica, magliette, specchi, altre tv, creme Gillette, dentifrici, rasoi… È uno strano pezzo d’Italia, questo. Quelli di Forza Nuova raccontano infatti che «questo è un bottino di guerra». «Porteremo il tutto — annunciano Davide Visentin, segretario regionale e Sebastiano Sartori, dirigente — ai veneti che sono stati colpiti dalla tromba d’aria a Dolo e Mira. Noi siamo qui per difendere gli italiani ed i nostri confini. Questa è Italia, non Africa. E ci sembra un bel modo per ricordare la vittoria della Prima guerra, quando questi confini sono stati fissati». Tante voci, nel neonato campeggio. «Combattiamo il business che c’è dietro a questa cosiddetta accoglienza. Fra un paio di anni scopriremo che anche la cooperativa che ha in gestione gli immigrati fa parte di qualche cosca. È nata soltanto il 15 giugno, a Grosseto, appena in tempo per fare l’affare». Per tutto il giorno il mucchio di beni pagati dallo Stato resta nel prato, sotto il sole. Poco lontano gli uomini in divisa.

Alle 11.30 arriva il governatore del Veneto, Luca Zaia. Forza nuova e leghisti si alternano davanti alle telecamere per raccontare la loro solidarietà ai cittadini veneti. «Questa — dice Federico Caner, assessore regionale leghista — è una bomba pronta a scoppiare. I cittadini si ribelleranno e la colpa non sarà loro».

Anche l’arrivo degli africani è stato un blitz. Il sindaco di Quinto, Mauro Dalzilio, leghista, è stato avvertito nemmeno mezz’ora prima. È difficile pensare a una vera integrazione, anche momentanea, quando si mettono 101 nuovi ospiti in un condominio senza avvertire chi già ci abita. Un affare per chi aveva gli appartamenti vuoti da anni. Marco Merciai, che guida la Nuova Marghera facility, collegata alla Xenia ospitalità di Grosseto, si difende. «Non abbiamo fatto annunci per non sollevare proteste. Certo, non ci aspettavamo questa reazione. Il furto della roba in magazzino? Questa è devastazione, è saccheggio. E subito dopo l’arrivo c’è stata un’aggressione vera e propria. Un nostro collaboratore assunto come portinaio, 65 anni, è stato colpito da una testa e da calci e pugni. È stato mandato all’ospedale. Abbiamo individuato uno di Forza Nuova e anche un giovane militare dell’esercito».

Scende la sera, si prepara la cena come in campeggio. Le finestre degli africani restano chiuse. «Ormai — dice Marcello Bassetto, uno dei residenti — il disastro è fatto. Sono qui e non andranno più via. E noi che abbiamo fatto il mutuo che finiremo di pagare fra dieci anni ci troveremo con un appartamento svalutato, perché questo sarà per sempre il quartiere dei neri». Si accendono lampade, si raccontano storie. «Sono stato in Germania a cercare lavoro, con un visto di tre mesi. Al 91° giorno mi hanno fermato per strada: no lavoro? Venga con noi. Mi hanno messo su un treno per l’Italia». Si sparge la voce che oggi arriveranno altri 60 migranti. «Faremo le barricate. Io mi sdraierò per terra davanti ai pullman». Un’altra notte in tenda, per chi non vuole «dormire assieme ai neri». La palazzina è a duecento metri dal confine con un altro Comune che si chiama Paese. E un cartello annuncia: «Paese, città della speranza».

LA REPUBBLICA