Il Colle: governo e sindacati si rispettino

GIORGIO NAPOLITANO

ROMA Troppi muri. Troppe divisioni. Troppa voglia di scontro e di reciproca delegittimazione tra il governo e il sindacato. Giorgio Napolitano, che fin dall’inizio della esperienza presidenziale e adesso anche in questa ultima fase prima del congedo dal Colle ha sempre condotto uno sforzo di ricucitura su tutti i terreni, vede questo quadro di alta tensione sociale e interviene da mdiatore. Bacchettando sia il governo sia il sindacato. «E’ bene che ci sia rispetto reciproco tra le prerogative di governo e sindacati, e che non si vada a una esasperazione come quella che di cui oggi abbiamo il segno. Non fa bene al Paese». Queste le parole del presidente Napolitano, lasciando Torino dove l’altro ieri ha partecipato all’inaugurazione del Forum italo-tedesco.
La giornata dello sciopero generale ha fatto registrare, oltre agli scontri di piazza, la contestazione a D’Alema a Bari e quella ai danni del ministro Madia e questi sono agli occhi del presidente ulteriori frammenti di un quadro sociale andato in pezzi e di una situazione italiana gonfia di divisioni amplificate dalla crisi e su cui soffia forte quel vento dell’anti-politica che proprio l’altro giorno il Capo dello Stato ha duramente stigmatizzato.
LE FORZATURE
Parlando dello sciopero generale, Napolitano ha premesso che lui «ovviamente non entra nel merito delle ragioni degli uni o degli altri». Constata però che «lo sciopero generale è segno senza dubbio di una notevole tensione tra governo e sindacato». «Mi auguro – ha aggiunto – che si discutano sia le decisioni già prese, come quella della legge di riforma del mercato del lavoro, sia quelle da prendere soprattutto per il rilancio dell’economia e dell’occupazione in un contesto europeo». E che per queste tematiche così importanti per il Paese, ha sottolineato «si trovi la via di un discussione pacata». Quella, appunto, che egli non vede. E al cui posto riscontra invece l’esistenza di forzature da tutte le parti. Notazione che Renzi coglie al volo e che ispira al premier questo pensiero: «Massimo rispetto per chi sciopera, ma io non mi faccio impressionare dallo sciopero. Le leggi le fa il Parlamento e non cambio idea per la piazza». Un modo per dire che Napolitano ha ragione ma anche per sottolineare – e non è certo Napolitano a mettersi di traverso su questo – le prerogative di un governo che vuole governare.
Di fatto, l’Italia dei veti e contro-veti e della difficoltà a darsi un codice di comunicazione virtuoso desta forte preoccupazione nel Capo dello Stato. Il quale ne ha parlato anche nel suo discorso dell’altro giorno all’Accademia dei Lincei, dove ha condotto una critica severa nei confronti di classi dirigenti «prive di retroterra culturale» e verso personaggi pubblici che appaiono dei «banditori di smisurate speranze». Riannodare, ricucire, ricomporre, ricostruire il tessuto democratico fuori dalle «esasperazioni» è la mission che si è dato Napolitano ma il fatto che fino all’ultimo non si possa riposare da questo travaglio da emergenza democratica è la riprova della gravità della questione italiana. Toccherà gestirla al suo successore, ma Napolitano non si dà per vinto.

IL MESSAGGERO