Identikit di Renzi per il dopo: arbitro saggio, non giocatore

++ Renzi,fondamentale prima lettura riforme entro europee ++

Bocca cucita. Matteo Renzi non offre alcun indizio, non dà aiutini, tantomeno fa trapelare un nome. Consapevole di giocarsi la partita della vita, di rischiare di fare la fine di Pier Luigi Bersani se tutti i tasselli del mosaico non andranno al loro posto, il premier per ora si limita a tracciare l’identikit del nuovo capo dello Stato. «Di tempo ce n’è, decideremo tra il 31 gennaio e il 2 febbraio», fa sapere ai suoi che scalpitano.
CARTE COPERTE

Che Renzi non abbia fretta di scoprire le carte, visto che soltanto a fine gennaio la partita entrerà nel vivo, l’ha fatto capire lasciando l’emiciclo del Parlamento europeo. Ai giornalisti che gli chiedevano come finirà per il Quirinale, ora che le dimissioni di Giorgio Napolitano sono questione di ore, il premier ha risposto sarcastico: «Vedo che siamo sempre su temi europei. E comunque per il Quirinale hip hip urrà». Punto e ciao.
Però poco dopo, in conferenza stampa, Renzi non ha potuto dribblare l’ennesima domanda. E’ partito in frenata: «Chi verrà dopo Napolitano lo vedremo, è prematuro discuterne». Ha cercato di parlare dell’attuale capo dello Stato più che del nuovo: «Napolitano è un grande presidente, un grande parlamentare europeo, continuerà a fare sentire la sua voce. Sarà un grande servitore del Paese anche come senatore a vita». Ma poi il premier ha sfornato l’identikit: «La Costituzione disegna un presidente arbitro e saggio, non è lui il giocatore di una delle due squadre nel sistema italiano, come nel sistema tedesco, il presidente è un arbitro che ha rilevanti responsabilità nella vita quotidiana e ne ha rilevantissime in alcuni momenti storici, per cui dovremo individuare una personalità di grande livello».
Insomma, arbitro, saggio e non un esponente di partito. Ma tra i suoi in molti scommettono che sia solo un modo per depistare. Per alzare una cortina fumogena. O, per lo meno, soltanto un espediente per rinviare la questione. «In fondo Matteo ha soltanto detto che per scegliere il Presidente bisogna rifarsi alla Costituzione», dice un ministro renziano di alto rango. Ministro che offre anche un indizio sul metodo di lavoro che ha scelto il premier: «Il suo miracolo sarà quello di far vivere al Pd la scelta del candidato al Quirinale come una scelta del partito e, allo stesso tempo, di far sentire a Berlusconi e ad Alfano che questa scelta è ampiamente condivisa. Ma da qui alla vigilia della votazione decisiva, la quarta, sono arcisicuro che non ci metterà neppure la testa: Matteo è veloce e sa che la velocità l’aiuta, dunque sceglierà il candidato all’ultimo momento per evitare di bruciarlo». «Le faccio un esempio», continua il ministro, «se meno di due anni fa Bersani avesse tenuto coperto il nome di Marini fino alla quarta votazione, ora Marini sarebbe al Quirinale.
I FRANCHI TIRATORI

Aver tentato invece di farlo passare quando era necessaria la maggioranza dei due-terzi ha armato i franchi tiratori e ha portato al disastro, poi replicato con Prodi». In quattro parole: «Non bisogna avere fretta». «Questo è il classico caso in cui», aggiungono a palazzo Chigi, «per non fare danni è meglio risolvere il problema solo quando il problema va risolto. Prima è pericoloso».
La tattica attendista di Renzi non ferma però i suoi colonnelli e peones. E oltre ai soliti Walter Veltroni, Anna Finocchiaro, Sergio Mattarella, Pier Luigi Castagnetti(che costituirebbero a loro volta una sorta di short list tutta interna per aprure alla sinistra), Pier Ferdinando Casini, Paolo Gentiloni, Pier Carlo Padoan, Piero Fassino, Dario Franceschini ecc. comincia a girare forte tra i dem, soprattutto a sinistra, il nome di Marta Cartabia. Cinquantuno anni, cattolica di sinistra, docente di diritto costituzionale alla Bicocca e giudice costituzionale nominata da Napolitano, la Cantarbia viene considerata adesso un «outsider di lusso». Perché donna, giovane (per salire al Quirinale bisogna avere almeno cinquant’anni) e senza casacca di partito.
Ma Renzi non esclude di puntare su un esponente del Pd per compattare il partito e garantirsi gran parte dei 460 grandi elettori democrat. E poi proporlo a Silvio Berlusconi e Angelino Alfano. Ma a palazzo Chigi crescono le preoccupazioni per le mosse dei grillini e di Sel: il timore è che Grillo e Vendola possano puntare su Romano Prodi nelle prime tre votazioni e che questi voti crescano giorno dopo giorno. In quel caso per Renzi sarebbe difficile stoppare il Professore, nonostante il niet granitico dell’ex Cavaliere. Ma così finirebbe in archivio il Patto del Nazareno sulle riforme, con il forte rischio di veder naufragare il “Senato dei cento” e la fine del bicameralismo perfetto.
Che il premier come prima opzione punti a ricompattare il Pd l’ha fatto capire indirettamente Maria Elena Boschi. Da giorni la minoranza bersaniana invocava il controllo preventivo sull’Italicum. E ieri la ministra delle Riforme per la prima volta ha concesso un’apertura: «Dobbiamo riflettere, vedremo…». Un modo per tenere agganciata la minoranza ed evitare che i ribelli comincino a pianificare e organizzare agguati, visto che da 29 gennaio in poi il Parlamento in seduta comune voterà a scrutinio segreto il successore di Napolitano.
LE CONTRO-TRATTATIVE

Al Nazareno c’è anche chi non esclude, se la trattativa nel Pd si rivelasse troppo complessa e insidiosa, «con Bersani & C. impegnati soltanto a far saltare il Patto con Berlusconi», che alla fine Renzi punti su un candidato super partes. Come Marta Cantarbia, appunto. O su un nome di un esponente politico più esperto, ma non riconducibile al Pd. Opzione quest’ultima che risulterà probabile se la trattativa con la minoranza dovesse balbettare come ha balbettato finora. «Ma potete stare certi», dice un collaboratore di Renzi, «che Matteo tra riforme elettorale e costituzionale e con il vertice bilaterale con la Merkel a Firenze il 22 e 23 gennaio, avrà molte altre cose cui pensare…».
Fino a lunedì 2 febbraio, il giorno della quarta votazione a maggioranza assoluta.

Il Messaggero