I Panama Papers “parlano” cinese: coinvolti membri del governo e anche un nipote di Mao

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Repubblica popolare dell’offshore. Le nuove rivelazioni dei cosiddetti Panama Papers parlano chiaro. Mossack Fonseca ha aperto a Hong Kong già nel 1989. Nel 2000 è entrata nella Cina propriamente detta e oggi, stando a quanto riporta il suo sito, ha uffici in otto tra le città più importanti dell’ex Impero di mezzo. Attraverso queste sedi ha aperto oltre 16mila aziende offshore. Si tratta del 29 per cento del suo giro di affari. E la sede di Hong Kong, rimane in assoluto il suo ufficio più trafficato.

Nonostante gli sforzi di Pechino di mantenere sotto silenzio la vicenda, ormai sono pubblici i nomi dei famigliari di almeno otto membri o ex membri del Comitato permanente del Politburo, il gotha a sette seggi del Partito comunista cinese, che hanno preso parte all’affare. La lista permette addirittura di arrivare fino alle fondazione della Repubblica popolare con uno dei nipoti del grande timoniere Mao Zedong. C’è anche un proverbio che recita: «Quando un uomo conquista il potere, i suoi polli e suoi cani conquistano il paradiso». Tanto più in Cina dove le più alte gerarchie del partito coincidono con le più alte cariche dello stato le quali, in assenza di liberi meccanismi di controllo, decidono appalti e organigrammi delle imprese pubbliche.

Non è un caso che tre degli attuali sette uomini più potenti del governo hanno parenti coinvolti nello scandalo. Tra questi, non dimentichiamolo, c’è anche il suo uomo più potente: Xi Jinping che è assieme presidente dello stato più popoloso del mondo, segretario del partito comunista più grande del pianeta e capo dell’esercito più numeroso. Nonostante il suo stipendio sia di appena 1500 euro al mese, sua figlia ha potuto studiare ad Harvard. Suo cognato, neanche a dirlo, possiede aziende nei paradisi fiscali.

Apprendiamo anche che le nuove generazioni della cosiddetta aristocrazia rossa sono state coinvolte nel mondo dei paradisi fiscali fin da giovanissime. La nipote di Jia Qinglin, numero quattro dello scorso governo, è diventata proprietaria della Harvest Sun Trading Ltd nel 2010, ovvero appena immatricolata all’università di Stanford. Per una ragazza di vent’anni aveva un giro d’affari piuttosto significativo. Gli involucri registrati offshore le avevano permesso di aprire due aziende con un capitale registrato di circa 300mila euro a Pechino senza che l’importante nome di famiglia fosse svelato.

Certo, non è mai stato un segreto che molti degli eredi degli eroi della Rivoluzione abbiano fatto fortuna nel mondo degli affari. La Cina è oramai la seconda economia mondiale ed è la patria del maggior numero di miliardari. Ma disturba l’idea che chi ha avuto la fortuna di avere contatti privilegiati con alcuni potenti uomini politici nasconda capitali di provenienza ancora ignota. Il comportamento furtivo rivelato in molti casi dai documenti usciti dalla Mossack Fonseca, dimostra che, seppure tutto fosse avvenuto nei limiti della legalità, non è certo qualcosa di cui vantarsi.

Da quando è diventato presidente, Xi Jinping ha fatto della lotta alla corruzione la sua bandiera, ripetendo in più occasioni: «colpiremo sia le mosche sia le tigri». La pesante censura che si è abbattuta sulle rivelazioni dei Panama Papers dimostra non può spingersi oltre. La prossima tigre potrebbe essere lui stesso.

La Stampa