Greta e Vanessa l’incubo è finito Il tweet dei ribelli: «Pagati 12 milioni»

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«Vanessa e Greta sono libere e presto torneranno in Italia», firmato Palazzo Chigi. L’annuncio della fine dell’incubo delle due giovani cooperanti italiane rapite nel Nord della Siria il 31 luglio viene dato alle 18,20 preceduto da una cinquantina di minuti di voci sulla loro liberazione. Governo, ministero degli Esteri e 007 incassano l’ennesimo successo sul fronte liberazione ostaggi ma quanto hanno incassato i rapitori del fronte islamico Al Nusra? Forse non si saprà mai come in tutti gli altri casi, oltre una dozzina negli ultimi 10 anni, di italiani sequestrati all’estero, anche se stavolta c’è un tweet di un account ritenuto vicino ai ribelli siriani anti-Assad che annuncia, quasi a voler fissare l’attuale prezzo di “mercato” dei sequestri: “Per il rilascio di Greta e Vanessa pagato un riscatto di 12 milioni di dollari”.
LE PRIME MANIFESTAZIONI

Vanessa, 21 anni, e Greta, 20, volevano aiutare la popolazione siriana stremata dalla guerra. Dopo aver partecipato a manifestazioni in Italia a sostegno dei civili siriani, nel gennaio 2013 fondano assieme al 47enne Roberto Andervill un’organizzazione umanitaria denominata “Progetto Horryaty” che si prefigge di offrire assistenza medica e portare aiuti. Un mese dopo sono in Siria per un primo sopralluogo. Un breve soggiorno, poi rientrano in Italia. Tornano in Siria a fine luglio, sempre nella zona di Aleppo, facendo ingresso dal confine turco. Con loro c’è anche il giornalista de “Il Foglio” Daniele Raineri che però farà ritorno in Italia. Arrivano il 28 e tre giorni dopo vengono rapite nella località di Abimzu.
QUATTRO MESI DI SILENZIO

Agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre trascorrono senza che venga più spesa una parola sulla loro detenzione. La trattativa per la liberazione è in corso e la svolta c’è il 31 dicembre quando Vanessa e Greta ricompaiano, vestite con il chador nero, in un video postato su YouTube: una delle due cooperanti regge un foglio con su scritto “mercoledì 17-12-14”. L’altra recita con un filo di voce: «Siamo Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Supplichiamo il nostro governo e i loro mediatori di riportarci a casa prima di Natale. Siamo in grande pericolo e possiamo essere uccise. Il nostro governo e i mediatori sono responsabili delle nostre vite». I qaedisti Al Nusra rivendica la loro detenzione. Quel video-messaggio è molto probabilmente il segnale che i mediatori attendevano prima di chiudere la trattativa.
A Brembate, dove risiede la famiglia di Vanessa, le campane suonano a festa. «Siamo felicissimi della notizia – si limita a dire, sopraffatta dall’emozione, la mamma di Greta che vive a Gavirate nel Varesotto – non vediamo l’ora di riabbracciare nostra figlia». Il papà di Vanessa parla di «una grande gioia» e ci tiene a ringraziare Farnesina e Governo per «aver avuto la capacità di tenermi sereno». A Roma un lungo applauso si leva dall’Aula della Camera quando il ministro Maria Laura Boschi comunica all’assemblea «una bella notizia. Greta e Vanessa sono state liberate».
E’ ovvio che l’aver salvato la vita a due giovani ragazze viene salutato unanimamente con gioia ma la festa della liberazione è subito arroventata dalle polemiche sull’ipotesi-riscatto. Il leader della Lega Nord Matteo Salvini esprime «gioia per la liberazione ma l’eventuale pagamento di un riscatto che permetterebbe ai terroristi islamici di uccidere ancora sarebbe una vergogna per l’Italia». E annuncia un’interrogazione al ministro degli Esteri – che oggi alle 13,30 riferirà alla Caemera – per appurare se sia stato pagato un solo euro». Nei giorni scorsi il ministro Gentiloni, incalzato proprio sull’ipotesi del pagamento di un riscatto per Greta e Vanessa, aveva detto: «L’Italia si attiene al massimo riserbo e alle regole internazionali». E le norme internazionali proibirebbero di pagare riscatti ai terroristi come stabilito da una risoluzione delle Nazioni Unite approvata dopo l’11 settembre 2001 e da un successivo accordo sottoscritto dai Paesi del G8. Risoluzione ribadita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 27 gennaio scorso per fermare un commercio che secondo l’ambasciatore britannico all’Onu, Mark Lyall Gran dal 2011 al 2013 avrebbe fruttato ai terroristi oltre 100 milioni di dollari.

Il Messaggero