Giustizia e articolo 18 l’affondo di Renzi: avanti con le riforme o si torna a votare

MATTEO RENZI 7

ROMA Mille giorni sono «il minimo necessario per ridisegnare lo Stato, il lavoro, la giustizia e la scuola». Il presidente del Consiglio Matteo Renzi illustra alle Camere il programma da realizzare «entro il 2018». E assicura di non pensare proprio alle elezioni anticipate. Anzi, annuncia: «Noi prendiamo qui l’impegno ad assumere un orizzonte di legislatura e non un orizzonte limitato». Prevede, quindi, di arrivare «fino al maggio del 2017, quando ci sarà una fase di campagna elettorale che consenta ai gruppi politici di riorganizzarsi sulla base della nuova legge elettorale». Cosa urgentissima «perché deve essere chiaro chi vince e chi perde». Il messaggio è evidente: «Solo se le riforme dovessero fallire si tornerà al voto. Comunque, non abbiamo paura né del giudizio degli italiani, né del confronto serrato su tutti i singoli temi».
I CAPITOLI
E che temi. Il premier vuole mettere in campo «le riforme della Pubblica amministrazione, fisco, lavoro, giustizia, diritti civili, scuola, riforme istituzionali ed elettorali». E, puntuali, arrivano le critiche. Dall’interno del suo partito, il Pd, Stefano Fassina, lo attacca sulla riforma del lavoro: «Altro che lavoratori di serie A e di serie B. Renzi relega tutti nella serie C», accusa. Per il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, «Il premier fa solo retorica e promesse di aria fritta. Non dice, per esempio, come e se abolirà l’articolo 18, né ammette che la sua politica economica è fallita. Perché non fa autocritica?».
Ma Renzi va avanti determinatissimo e si concentra sul cambiamento. A cominciare dal Jobs act, grazie al quale di qui a tre anni «il diritto del lavoro non potrà essere quello di oggi». «Credo che non ci sia cosa più iniqua di un diritto del lavoro che divide in cittadini di serie A e di serie B – spiega – ed essere di sinistra significa combattere l’ingiustizia, non difenderla». Su questa linea parla di «pressioni indebite da parte dei sindacati di polizia che minacciavano lo sciopero». E ancora: «Se sei una partita Iva non conti niente. Se sei un lavoratore di un’azienda sotto i 15 dipendenti, non hai alcune garanzie. Questo è un mondo del lavoro basato sull’apartheid. Le regole sul lavoro vanno ridotte, ma devono essere chiare». E se necessario si farà ricorso a un decreto legge: «Rispetteremo il lavoro del Parlamento – assicura – ma siamo anche pronti a intervenire con misure di urgenza, perché sul lavoro non possiamo perdere anche un secondo in più». La semplificazione «è urgentissima». Per questo, a suo dire, «l’articolo 18 diventa un non problema». E annuncia lo stanziamento nella legge di stabilità di risorse per gli ammortizzatori sociali, «riducendo il numero e le dimensioni».
LA SVOLTA
Sulla giustizia, Renzi ribadisce la svolta garantista e parla dell’inchiesta che coinvolge l’amministratore delegato dell’Eni, De Scalzi. «Aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non consentiamo ad un avviso di garanzia di cambiare la politica aziendale del Paese», rivendica. Quindi mette sotto accusa «gli avvisi di garanzia citofonati ai giornali, una vera barbarie». La riforma della giustizia è ineludibile «per cancellare lo scontro ideologico del passato». E torna sulla riduzione delle ferie dei magistrati «perché non esiste che i tribunali restino chiusi 45 giorni». Ma per il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, «alla giustizia servono riforme vere, efficaci, non slogan».
Sul fronte dell’economia, infine, Renzi spiega che «l’Italia ha interrotto la caduta, ma non basta». Ammette «una polemica oggettiva rispetto a quanti, in questi anni, hanno taciuto sulla gravità della crisi. E che ora pretendono di dirci come fare. Ma tra i professionisti della tartina e l’Italia che si spezza la schiena – afferma – noi stiamo con questa seconda parte».

IL MESSAGGERO