Garlasco, incontro con Stasi nella cella 315. “Penso a Chiara e a mia madre”

STASI

“SE PENSO a Chiara? Ci penso da otto anni…”. Alberto Stasi è vestito con jeans e camicia. È nella cella 315, terzo piano, reparto 1, che divide con altri tre detenuti: un giovane italiano e due della ex Jugoslavia, di mezz’età. Il locale è tinteggiato con un vezzoso color rosa. Quattro letti singoli, quattro armadi di ferro e nessuna vista sul verde, solo su altre sbarre e su un cortile interno. Un vetro separa cucina e bagno contigui.

Stasi ha trascorso la sua prima notte nel carcere di Bollate, dopo che la Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, il 13 agosto 2007 a Garlasco. Riceve la visita di un esponente politico. Le lacrime arrivano improvvise e irrefrenabili appena gli viene chiesto della madre: “Mia mamma è sola, l’ho sentita al telefono ieri”. È la sua grossa pena insieme con il ricordo del padre scomparso il pomeriggio di Natale del 2013.

“DEVO ancora metabolizzare la sentenza, ancora non mi rendo conto, è arrivata inaspettata. Il procuratore generale aveva chiesto l’annullamento. Devo ancora capire dove mi trovo. Sono innocente”. Per lui la carcerazione è un trauma, e vuole sottolinearlo: “Non ricordo più quella prima notte, quando ho trascorso pochi giorni in carcere otto anni fa”. Nella cella c’è un televisore ma Alberto non ha voluto vedere nessun programma, sapeva che si sarebbe parlato tanto di lui. Il suo primo pranzo nel carcere modello è a base di carne e patate. Sabato subito l’incontro con due educatori, oggi lo psicologo. Le porte della cella si aprono al mattino alle 7 e si richiudono alle 20. Orari da ospedale, si pranza alle 11 e si cena alle 17. Durante il giorno ci sono la palestra e la biblioteca, che Stasi, sotto choc, non ha ancora visitato.

Dal carcere Alberto Stasi ringrazia chi gli è stato vicino e lo fa tramite la pagina Facebook dell’avvocato Giada Bocellari, il legale dello studio Giarda che sabato l’ha accompagnato a costituirsi. L’avvocato scrive: “Allora una riflessione e scusate se la pubblico ma mi è necessario farlo”. “Intanto voglio ringraziare, portando un messaggio del diretto interessato, il Prof, Fabio, Giuseppe, tutti i nostri consulenti e tutti quelli che si sono occupati umanamente e professionalmente di questa triste vicenda. Vuole far sapere a tutti che vi vuole bene”.

“Detto questo – continua – dico una cosa sola: nessuno, a mio avviso, deve mollare. Mai. Questa sentenza deve servire a fare in modo che il nostro impegno ne impedisca delle altre simili che sono solo una vergogna X la giustizia. Oggi è passato un concetto. Alla domanda: è meglio lasciar libero un colpevole o condannare un innocente? La Cassazione ha risposto: è meglio condannare un innocente”. “Ma ragazzi l’innocente uscirà dal carcere e allora la vita, son sicura, lo ripagherà proporzionalmente X tutto ciò che gli ha tolto. – conclude l’avvocato –. Ma di sicuro non gli ha tolto oggi, né mai gli toglierà l’affetto, l’amore, l’amicizia e l’umana comprensione. Quelli saranno X sempre suoi alla faccia di chi adesso ride X l’omicidio di una povera ragazza”.

NELLA tragedia di Garlasco anche il dolore di due mamme: Elisabetta Ligabò, la madre di Stasi, continua a essere ospite di parenti in Brianza. Il suo è un pianto senza fine da quando l’unico figlio è in carcere. “È incredibile – ripete -, sono disperata ma mi batterò perché mio figlio abbia giustizia”. Rita Poggi, la mamma della vittima, parla di queste feste: “Sarà il Natale di sempre, a casa, in famiglia. Ma con un peso in meno nel cuore”. Chiusa la vicenda penale rimane la questione del risarcimento da un milione di euro che Alberto Stasi è stato condannato a versare. “Ma questo – dice la mamma di Chiara – ci interessa relativamente. Quello che volevamo era che chi ha ucciso mia figlia fosse messo di fronte alle sue responsabilità”. Garlasco prova a voltare pagina. La sentenza divide, c’è chi la approva e chi manifesta i suoi dubbi con la classica frase “E se non fosse stato lui?”. Per tutti parla il sindaco Pietro Farina: “La giustizia ha fatto il suo corso, ora siamo più sereni”.

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