Francesco apre alla Cina: è il momento del dialogo

CSI DA PAPA FRANCESCO

SEUL Dialogare, dialogare, dialogare. Dialogare con tutti, a 360 gradi, nessuno escluso, senza barriere, preconcetti, riserve mentali. Con musulmani, buddisti, atei convinti, scintoisti, induisti, non importa. L’importante, semmai, è andare incontro alla gente provando a entrare in empatia con le persone. La Chiesa missionaria di Papa Francesco deve essere così. La vuole «versatile e creativa». Una specie di ospedale da campo pronto a curare le ferite dell’umanità, a perdonare e a guardare avanti. Il cammino è lungo. La presenza di Bergoglio nella Corea del Sud si sta rivelando la breccia per sfondare in Asia, una tappa importantissima.
L’OBIETTIVO
La Chiesa sta scaldando i muscoli per andare a conquistare (spiritualmente) questo continente dove vive il 60% della popolazione mondiale. L’obiettivo è ambizioso ed emerge chiaramente nel discorso più importante di tutto il viaggio. La road map del pontificato sul fronte missionario per certi versi si presenta quasi come una enciclica. Davanti ai 70 vescovi asiatici il Papa pianifica, chiarisce, definisce il vasto programma. Se da una parte chiede di combattere il relativismo e il secolarismo, piaga micidiale per ogni tipo di spiritualità, dall’altra insiste sul concetto di identità cristiana. Va rafforzato perché serve consapevolezza per intavolare un dialogo sul piano culturale. Il Papa è attendo a non parlare mai di dialogo inter religioso, né di rapporti tra le fedi.
IL SENTIERO
Prudente e accorto, sembra piuttosto percorrere lo stesso sentiero tracciato da Papa Ratzinger: quello del dialogo culturale. Così egli prevede passi in avanti, anzi, sorprendenti, sul fronte delle relazioni sfruttando anche il potere dell’empatia, termine impiegato in psicologia ma non in ambito ecclesiale, né per definire un metodo pastorale.
Empatia, ecco l’arma di Bergoglio, la stessa che sperimenta lui stesso (con successo) durante le udienze, gli incontri di massa, in Vaticano, in parrocchia, in viaggio. Intanto in Corea gli indici di gradimento nei suoi confronti aumentano di giorno in giorno e, forse, il segreto di tanto successo è proprio il suo approccio personale alla realtà, l’affidarsi al lato umano, cercando di captare le vibrazioni del cuore altrui. «Se la nostra comunicazione non vuole essere un monologo, deve esserci una apertura di mente e di cuore per accettare individui e culture». Si tratta della capacità di afferrare immediatamente i processi psichici dell’altro, l’attitudine a calarsi nei panni delle persone.
LA BRECCIA
Questo criterio operativo potrebbe dare una mano a fare breccia in quei Paesi apertamente ostili al cristianesimo. Cina, Vietnam, Corea del Nord dove permangono posizioni fortemente anticristiane, critiche, arroccate su preconcetti di natura ideologica. «Spero fermamente che i Paesi asiatici con i quali il Vaticano non ha ancora una relazione piena non esiteranno a promuovere un dialogo a beneficio di tutti. Non mi riferisco solo al dialogo politico, ma anche al dialogo umano e fraterno». La lista è lunga e include anche Myanmar, Laos, Bhutan e Brunei.
E allora dalla Cina arrivano segnali di gradimento per le parole del Papa. La stampa di Pechino parla di «ramoscello d’ulivo». Anche se dal Paese, ancora una volta, arrivano notizie poco rassicuranti, stavolta dalla regione dello Hebei dove i fedeli sono riusciti a fare giungere all’esterno che le autorità civili hanno dato ordine di strappare le croci da alcuni edifici di culto. Uno dei tanti soprusi che i cattolici fedeli a Roma e al Papa devono sopportare in silenzio. Ma più che una guerra di posizione riguarda uno scontro sotterraneo intrapreso dalla Associazione patriottica (la Chiesa riconosciuta dal partito, assai influente al suo interno) che intravede l’avanzata in Asia del Papa, e la sua marcia di accerchiamento, sempre più minacciosa per sé e per le sue posizioni di potere. 
I GIOVANI
Nel pomeriggio dopo avere parlato ai vescovi asiatici il Papa ha macinato altri chilometri, stavolta per incontrare migliaia e migliaia di giovani. Bandiere, cappellini, magliette con la faccia di Bergoglio con il pollice alzato, muniti ombrello e di k-way colorati per via della pioggerellina incessante che ha reso la spianata un acquitrino. Incuranti del fango sono arrivati lo stesso, contagiosi con il loro entusiasmo. Non rappresentano solo la parte del futuro della Chiesa, ma cittadini da formare sui quali Francesco ripone tante speranza perché siano il lievito, la parte migliore della società, del Paese, per promuovere i valori umani, la dignità della persona, per combattere le ingiustizie.
L’APPELLO
«Nella vostra vita cristiana sarete molte volte tentati – osserva Papa Bergoglio rivolto ai ragazzi – di allontanare lo straniero, il  bisognoso, il povero e chi ha il cuore spezzato. Sono queste persone in  modo speciale che ripetono il grido della donna del Vangelo: “Signore, aiutami!”. Un grido che è di ogni persona  alla ricerca di amore, di  accoglienza e di amicizia con Cristo, il gemito di tante persone nelle  nostre città anonime, la supplica di moltissimi vostri contemporanei, e la preghiera di tutti quei martiri che ancora oggi soffrono persecuzione  e morte nel nome di Gesù». Parole che ricorderanno, destinate a scavare, a germogliare. Chissà. «Giovani: wake up, wake up». Svegliatevi, svegliatevi.
LA PROSSIMA TAPPA
Sul grande prato c’è tanta allegria. Il prossimo appuntamento per i papaboys dagli occhi a mandorla sarà in Indonesia, il paese musulmano più popoloso. L’annuncio è stato fatto da Bergoglio al termine dell’incontro. «Mi raccomando, rispondete a ogni domanda d’aiuto con amore, misericordia e compassione». Il buon esempio sarà come la buona semina. Prima o poi i frutti arriveranno. E’ solo questione di tempo. E Bergoglio questo lo sa.

IL MESSAGGERO