Famiglia Regeni: “Giulio non era dei servizi segreti”

Giulio Regeni

La famiglia Regeni, attraverso il proprio legale, “smentisce categoricamente ed inequivocabilmente che Giulio sia stato un agente o un collaboratore di qualsiasi servizio segreto, italiano o straniero”.

“Provare ad avvalorare l’ipotesi che Giulio Regeni fosse un uomo al servizio dell’intelligence – prosegue la famiglia – significa offendere la memoria di un giovane universitario che aveva fatto della ricerca sul campo una legittima ambizione di studio e di vita”.

Sul fronte delle indagini, l’attività istruttoria svolta dagli investigatori egiziani e degli uomini del Ros e Scico inviati al Cairo dall’Italia comprende l’interrogatorio di due coinquilini di Regeni. L’interrogatorio dei due nuovi testimoni, secondo quanto si è appreso a Roma, è stato disposto dagli investigatori egiziani, presenti anche quelli italiani per chiarire alcune circostanze già emerse dalle dichiarazioni di altri testimoni che necessitavano comunque di ulteriori controlli. Nulla è trapelato però quanto ai contenuti dell’interrogatorio.

Sempre nell’ambito delle attività istruttorie gli investigatori italiani nei giorni scorsi hanno partecipato a un sopralluogo nel tratto di strada che collega Alessandria al Cairo e precisamente nel punto in cui è stato ritrovato il corpo senza vita del ricercatore universitario.

RICERCATRICE: ANNI DI IMPUNITÀ DELL’APPARATO DI SICUREZZA EGIZIANO – Quello che è accaduto a Regeni “è il risultato di anni di impunità” di cui ha goduto l'”apparato di sicurezza” egiziano, “addestrato a fare a pezzi le persone, senza alcuna conseguenza”. Questa l’opinione della scrittrice e ricercatrice egiziana presso il Comitato per la protezione dei giornalisti, Yasmin El-Rifae, che in un contributo pubblicato sul Guardian commenta il caso Regeni, denunciando la “brutalità” e la “violenza” della polizia che “non è tenuta a rispondere” di quello che fa.

“In una cerimonia per Regeni tenuta davanti all’ambasciata italiana al Cairo, un egiziano ha mostrato un cartello con scritto ‘Giulio era uno di noi’ ed è morto come uno di noi”, sottolinea nel suo intervento la El-Rifae, secondo cui il gesto è stato “un messaggio di solidarietà, ma anche un tentativo per ricordare al mondo che la morte di Regeni sottintende una crisi più ampia”, ovvero il “marcato aumento della brutalità della polizia nel paese, denunciato da mesi da gruppi e attivisti egiziani per i diritti umani”.

La El-Rifae evidenzia che il ‘Centro Al Nadeem per la riabilitazione delle vittime della violenza’ ha riportato oltre 600 casi di tortura nel 2015, mentre il gruppo ‘Iniziativa egiziana per i diritti personali’ ha documentato, in un periodo di due anni, la morte di 14 detenuti in una sola caserma di polizia.

“Sono anche aumentate le sparizioni forzate” di individui “arrestati dalle forze di sicurezza” e dei quali non si hanno più notizie per “giorni, settimane o anni”, prosegue la El-Rifae, precisando che tra le vittime della repressione della polizia ci sono anche cittadini stranieri. “Nel 2013 – ricorda – un francese a lungo residente al Cairo morì dopo essere stato arrestato dalla polizia”.

Il sistema di sicurezza egiziano, aggiunge la ricercatrice presso il Comitato per la protezione dei giornalisti, prevede che solo una parte privilegiata della popolazione sia al riparo da abusi. “La protezione dalla violenza (della polizia, ndr) non è garantita dalla legge, ma dal calcolo di privilegi legati a classe sociale, razza e Paese d’origine. Tutto questo avrebbe dovuto rendere Regeni immune alla violenza. Quello che è accaduto a lui come a molti altri – spiega – è il risultato di anni di impunità dell’apparato di sicurezza”. Ancora oggi i casi di tortura che arrivano in tribunale spesso finiscono con un’archiviazione.

Secondo la ricercatrice, “Regeni è scomparso il 25 gennaio, quinto anniversario della rivoluzione del 2011 che rimosse l’allora presidente Hosni Mubarak. A innescare la rivoluzione fu la brutalità della polizia. I manifestanti bruciarono quasi 100 caserme della polizia e manifestarono in ricordo di Khaled Said, un giovane che era stato picchiato a morte in carcere”. Ma oggi “niente è cambiato. Le forze di polizia che avevano alimentato quella rabbia non sono state riformate.Nessuno è al sicuro”, conclude.

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