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Erdogan

Il faccione di Recep Tayyip Erdogan imperversa nelle strade di Istanbul accompagnato da quello più sornione del premier Ahmet Davutoglu. L’importanza del voto di domenica 7 giugno  è proporzionale alla grandezza dei manifesti sempre più giganteschi e incombenti. Ovunque svolazzano le bandierine colorate con su la lampadina dell’Akp, il partito di governo che ha vinto a mani basse le ultime nove elezioni, locali e nazionali. Una vittoria è data per scontata anche questa volta ma a decidere la strada che la Turchia prenderà nei prossimi anni sarà la percentuale di voti ottenuta dal partito filoislamico.  Il partito di Erdogan punta a ottenere un quarto mandato parlamentare consecutivo, incoronando Ahmet Davutoglu come primo ministro formalmente eletto. Davutoglu ricopre già tale carica per aver sostituito Erdogan nell’agosto 2014, quando quest’ultimo è diventato presidente della Turchia. L’obiettivo è di raggiungere la soglia di 330 seggi per approvare cambiamenti alla Costituzione che devono poi sottoposti a referendum. Ancor meglio sarebbe ottenere 367 seggi: questa quota permette modifiche costituzionali senza referendum. Se questo fosse il risultato la Turchia volterebbe le spalle alla repubblica secolare voluta da Mustafa Kemal  Ataturk per seguire il sogno neo Ottomano del suo presidente.

Erdogan sa di giocarsi il tutto per tutto. Per questo ha abbandonato la neutralità che la sua carica imporrebbe buttandosi anima e corpo nell’arena elettorale.

“In questo modo il presidente – ha fatto notare la filosofa turco americana Seyla Benhabib durante gli Istanbul Seminars organizzati in questi giorni da Reset Dialogues on Civilization –  ha fatto coincidere ancora di più le istituzioni con il suo partito, facendoli diventare una cosa sola. Anche se è improbabile che l’Akp conquisti i seggi sufficienti a far passare da solo le modifiche costituzionali, una nuova era minaccia la Turchia”.
Ma sulla strada del sultano c’è un uomo di 41 anni, Selhattin Demirtas, l’avvocato dei diritti umani che guida il partito filocurdo dell’Hdp. La sua scommessa è di superarare la soglia di sbarramento del 10%  ed entrare in Parlamento rompendo le uova nel paniere dell’Akp che vedrebbe ridursi la sua maggioranza. Alla svolta islamica di Erdogan Demirtas, soprannominato da alcuni l’Obama curdo, contrappone un’agenda democratico-socialista, fortemente critica contro il capitalismo occidentale e contraria a ogni discriminazione di tipo religioso, razziale o di genere. Nelle sue liste 268 dei 550 candidati sono donne e sono rappresentate anche le minoranze alevi, armeni, assire, azere, circassianie.

Lontano dalla lotta armata e dal Pkk, il leader dell’Hdp potrebbe attirare i voti di protesta di quanti si sono identificati nel movimento di Gezi Park che nel 2013 alzò la voce contro l’autoritarismo di Erdogan.  In gioco c’è la Turchia secolare, quella più vicina all’Europa e ci sono i diritti delle donne .

“Recentemente – fa notare Benhabib – la Corte Costituzionale ha riconosciuto la legalità ai matrimoni celebrati dalle autorità religiose. Questo fa temere che la poligamia e i matrimoni con minorenni possano aumentare. Non è nemmeno chiaro cosa succederebbe in caso di divorzio e eredità. La legge islamica entrerebbe a far parte del codice civile dalla porta posteriore?”.
Secondo i sondaggi l’Akp vincerà le elezioni ma con un forte calo rispetto al 2011.  ”Siamo a un giro di boa, in una fase di declino, certo non immediato, di Recep Tayyip Erdogan e di tutto il suo partito Akp –  ha spiegato all’Aki Nathalie Tocci, vicedirettrice dell’Istituto Affari Internazionali (Iai) – perché si è allentata la sua spinta riformista, soprattutto in campo economico e tra quattro o cinque anni potrebbe perdere il suo dominio sul paese”.

Come finirà? E’ troppo presto per dirlo. Ogni volta che il sultano di Ankara è stato dato per spacciato lui è uscito dalle urne più forte che mai. La sua popolarità non è stata intaccata neppure dall’enorme scandalo sulla corruzione che portò alle dimissioni di una parte del governo nel dicembre del 2013. E anche questa volta Papa Tayipp potrebbe sorprenderci.

Corriere della Sera