Erdogan sbanca le urne, la Turchia non gli volta le spalle

Erdogan

Il premier islamico turco Recep Tayyip Erdogan si è proclamato vincitore delle amministrative di domenica ed ha avvertito che coloro che hanno «tradito» la nazione pagheranno. «C’è chi cercherà di scappare domani» ha affermato davanti a migliaia di sostenitori riuniti alla sede del Akp a Ankara: «ma pagheranno per quello che hanno fatto».
Il premier turco è apparso al balcone della sede del Akp accompagnato dalla famiglia, con accanto il figlio Bilal, con lui protagonista di una ormai celebre conversazione telefonica intercettato nella quale parlano di come “fare sparire” milioni di euro tenuti in casa. «Oggi il popolo ha smascherato i piani e le trappole immorali» ha detto il premier turco, e «ha dato all’opposizione uno schiaffo ottomano»: «la politica dei registrazioni e delle cassette oggi è stata sconfitta» e «i politici immorali hanno perso» ha aggiunto.
Il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu lo ha accusato durante la campagna elettorale di essere il «Primo Ladro» e un «dittatore», facendo ascoltare durante i comizi le registrazioni compromettenti uscite su Twitter e Youtube prima della loro interdizione.

 

Referendum stravinto

Erano state definite le elezioni della sopravvivenza per Recep Tayyip Erdogan, travolto nelle ultime settimane da accuse di corruzione, nepotismo, autoritarismo: ma il sultano di Ankara sembra essere sopravvissuto, vincendo con un apparente netto vantaggio secondo i dati ancora parziali diffusi dall’agenzia semi ufficiale Anadolu – subito contestati dall’opposizione – le amministrative di domenica.
I risultati definitivi si avranno solo lunedì mattina. Ma il suo partito islamico Akp, con più del 50% delle schede scrutinate, è il primo con il 46,8%, in calo solo di meno di tre punti rispetto allo storico 49,6% conquistato alle politiche del 2011. Il primo partito dell’opposizione, il Chp del socialdemocratico Kemal Kilicdaroglu, si fermerebbe al 28%, i nazionalisti del Mhp al 14.6%, i curdi del Bdp al 5%. A Istanbul e Ankara, le due più grandi città del Paese che l’opposizione sperava di strappare a Erdogan, la situazione dovrebbe essere del tutto chiara solo domani mattina.

 

La sfida delle città

Nella megalopoli del Bosforo, da dove è partita la parabola politica di Erdogan, che l’ha guidata dal 1994 al 1998, l’uscente Akp Kadir Topbas ha un buon vantaggio nei risultati parziali sul candidato dell’opposizione Mustafa Saigul. Ad Ankara l’islamico Melih Gokcek, il sindaco uscente, e Mansu Yavas, il candidato del Chp, sono testa a testa. L’ europea Smirne, la terza città del Paese, tradizionalmente socialdemocratica, rimane nelle mani dell’opposizione, con la maggior parte della costa dell’Egeo fino ad Antalya e con la Turchia europea; i curdi del Bdp conservano le grandi città del Kurdistan, i nazionalisti del Mhp vincono sul Mar Nero. In mezzo, in Anatolia, nelle cartine della Turchia al voto, predomina un oceano giallo, il colore dell’Akp. Il premier sembra essere riuscito – se i risultati definitivi domani confermeranno la tendenza – a compattare il suo elettorato storico, musulmano, anatolico, rurale, con una campagna muscolare nella quale ha denunciato un’infinità di «complotti» contro il Paese e contro il suo governo, orchestrati dai `traditori´ della confraternita dell’ex alleato Fetullah Gulen, con l’appoggio di lobby finanziarie laiche e di potenze straniere. L’obiettivo del premier era di lavare con un successo elettorale le accuse di corruzione.

 

52 milioni al voto, 8 vittime

Gli elettori chiamati a scegliere le nuove amministrazioni locali sono stati 52 milioni. Per la Turchia sono state elezioni macchiate di sangue: è di otto morti e più di venti feriti il bilancio di scontri in alcuni comuni rurali nelle province di Hatay e Sanliurfa (vicino al confine con la Siria) tra fazioni rivali schierate con candidati opposti alla carica di capo-villaggio.

 

Nuove dimissioni: «È una democrazia triste»

Intanto, circa un’ora dopo la chiusura ufficiale delle urne, uno dei deputati dell’Akp, il partito di Erdogan, ha rassegnato le dimissioni. Ahmet Oksuzkaya, deputato della città di Kayseri, ha spiegato con una nota di avere iniziato nel 2002 con grande entusiasmo per il contributo del partito al Paese, «ma ultimamente vedo una democrazia triste, in cui l’opinione personale deve per forza coincidere con quella del partito». Dieci altri deputati Akp si erano dimessi nelle ultime settimane per divergenze con Erdogan e per dissociarsi dagli scandali di corruzione emersi da dicembre. Lo stesso Erdogan, islamico conservatore a capo della Turchia dal 2002, aveva annunciato che se il suo partito Akp avesse subito un crollo di consensi e non ottenuto il primo posto, avrebbe lasciato la politica. Eventualità, comunque, piuttosto remota.

 

Irruzione delle Femen nel seggio

Per Erdogan ci sono stati anche dei fuori programma: a furia di fare comizi, il primo ministro turco è rimasto senza voce. Così, dopo aver cercato di mettere a tacere l’opposizione bloccando Twitter e YouTube, è lui a doversene rimanere in silenzio. Inoltre, le Femen hanno fatto irruzione nel seggio elettorale dove era atteso e hanno manifestato a seno nudo. «Nella giornata delle cosiddette elezioni – afferma il movimento su Facebook -, Femen insieme con le coraggiose attiviste turche vuole fermare Erdogan e la sua politica di chiusura di internet, di stato di polizia e di islamizzazione forzata di una Turchia libera e secolare. Non possono esservi elezioni libere con la dittatura di Erdogan». Le foto pubblicate sulla pagina ritraggono il caos nel seggio di Istanbul in cui era atteso il premier. «Ban Erdogan», mettete al bando Erdogan, era scritto sul petto delle due ragazze che hanno inscenato la protesta, prima di essere arrestate.

 

Cruciali Istanbul e Ankara

In un recente comizio a Istanbul Erdogan si era detto convinto che gli elettori avrebbero dato «uno schiaffo» ai suoi oppositori: alle politiche del 2011 l’Akp aveva ottenuto il 50% dei voti. L’opposizione, però, sperava di strappare al partito di governo le due principali città del Paese, Istanbul e Ankara. E in particolare la città dei due continenti segnerebbe una pesante sconfitta personale per Erdogan, la cui parabola politica è iniziata proprio a Istanbul nel 1994, con l’elezione a sindaco.

 

Wi-Fi contro censura

Nella sua campagna elettorale Mustafa Sarigul, candidato d’opposizione a Istanbul, si è presentato come un anti-Erdogan, proponendo per la città iniziative di segno opposto a quelle che hanno contraddistinto l’operato del premier negli ultimi mesi. Strizzando l’occhio agli elettori più giovani, ad esempio, ha promesso Wi-Fi gratuita in tutta la città, proprio mentre Erdogan ordinava la chiusura di siti e social media. Nel frattempo per protestare contro il blocco di YouTube , il gruppo hacker RedHack ha attaccato la notte scorsa il sito dell’agenzia governativa delle telecomunicazioni Tib, riferisce la stampa turca. La Tib ha messo in opera tecnicamente il bando di YouTube e quello di Twitter deciso la settimana scorsa. Il sito della Tib, bloccato per tutta la notte, è ridiventato operativo sabato mattina, riferisce Hurriyet online.

 

Siria e scandali sessuali

L’ultimo disperato tentativo di Erdogan di mettere il bavaglio alla rete ha avuto anche a che fare con la Siria. In un’intercettazione diffusa via YouTube infatti esponenti del governo parlano di un «attacco preparato» in Siria, per giustificare un intervento militare turco prima delle elezioni del 30 marzo. Il tutto a pochi giorni dall’abbattimento di un aereo siriano dai sistemi di difesa turchi.

 

Twitter ancora bloccato nonostante le sentenze

Nel frattempo è arrivato un secondo verdetto che impone il ripristino di Twitter, dopo che la scorsa settimana un tribunale ha ordinato che l’accesso al servizio fosse ripristinato. Le autorità turche sostengono tuttavia di avere 30 giorni per applicare l’ordine e di poter presentare appello. Quindi il social network rimane ancora non accessibile con metodi tradizionali. In realtà la maggior parte degli utenti stanno utilizzando modalità di navigazione protetta che permettono l’uso della piattaforma.

 

Corriere della Sera