Ecco la «Generazione mille euro» Contratti da 13 mesi e part time

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L’hanno definita la «Generazione mille euro», ci hanno fatto film e libri. Ma in Italia sono tantissimi i giovani che magari avessero mille euro al mese. Devono invece accontentarsi di paghe inferiori, spesso in nero. Quando va bene ottengono un contratto regolare, ma a termine, sei mesi, un anno, sperando che dopo qualche rinnovo arrivi l’assunzione. Un percorso lento, incerto, che rende più complicato metter su casa e famiglia. Basti pensare che il 90% dei giovani fino a 24 anni vive ancora con i genitori, mentre riesce a rendersi indipendente dalla famiglia d’origine non più del 38% di quelli tra 25 e 29 anni. Percorsi tortuosi, fatti di anni e anni di redditi bassi e intermittenti che avranno un domani conseguenze negative sulle pensioni calcolate col metodo contributivo. Si prenda, per fare un esempio, il caso dei collaboratori a progetto iscritti alla gestione separata Inps: quasi 650mila, che nel 2012 hanno avuto un reddito medio di 9.953 euro lordi, meno di 830 euro al mese. 

Per capire che cosa è successo negli ultimi sei anni, da quando è cominciata la crisi mondiale, partiamo da alcuni dati Istat che illustrano come il lavoro sia diventato scarso. Nel 2008 gli occupati nella fascia 15-34 anni erano 7,1 milioni. Nel primo trimestre del 2014 sono scesi a 5 milioni. In altre parole ci sono più di 2 milioni di giovani in meno a lavorare rispetto a sei anni fa, di cui solo 900 mila si giustificano col calo della popolazione in questa fascia d’età (13,2 milioni nel 2013). Il dato diventa forse ancora più drammatico restringendo l’osservazione alla fascia 25-34 anni, escludendo cioè tutti coloro che in teoria potrebbero essere impegnati nello studio. Nel 2008 gli occupati in questa fascia erano 5,6 milioni, nel primo trimestre di quest’anno sono scesi a 4,2 milioni: 1,4 milioni in meno in sei anni. 
Come dice il Rapporto annuale dell’istituto di statistica, «sono i giovani i più colpiti dalla crisi». «Nel periodo 2008-2013 il tasso di occupazione tra i 15 e i 34 anni cala in Italia di 10,2 punti percentuali attestandosi al 40,2%». Cioè mentre prima della crisi avevano un lavoro più di 50 giovani su 100 adesso sono solo 40 su 100. Con forti differenze tra il Nord, dove ha un’occupazione un giovane su due, e il Sud dove lavora solo uno su quattro. Si difendono meglio i laureati, dice l’Istat, ma spesso devono «accettare lavori meno qualificati rispetto al proprio titolo di studio». Anzi, talvolta nascondono il possesso della laurea per ottenere il posto. 

Il lavoro scarseggia e, quando lo si trova, è quasi sempre a tempo determinato. «Nel 2013 l’incidenza di forme non standard tra i nuovi occupati è pari al 68,8%: su 100 nuovi occupati nel primo trimestre 2013, circa 50 trovano un impiego atipico, 19 un lavoro parzialmente standard (per esempio, part time, ndr. ) e soltanto 31 un’occupazione standard». La parte del leone la fanno i contratti a termine, in genere di breve durata: 13 mesi in media nel 2013, con poco più della metà dei rapporti di lavoro che dura meno di un anno. Inoltre, «sono 527 mila gli atipici che svolgono lo stesso lavoro da almeno cinque anni» intrappolati in una successione di contratti brevi. Nel periodo 2012-2013 il 56,4% degli atipici, passato un anno, non aveva trovato ancora un lavoro stabile. A stabilizzarsi è riuscito solo il 16,5% mentre era il 24% nel periodo 2007-2008. E il 21,8% è finito addirittura nella disoccupazione contro il 16,1% nel periodo pre-crisi. Va molto forte anche il part time che coinvolge un milione 131 mila giovani fino a 34 anni, ma nei tre quarti dei casi l’orario ridotto non è una scelta, bensì l’unica possibilità di lavorare. 

Accade spesso nei call center. Che oggi scioperano. Nel settore lavorano circa 80 mila addetti, molti dei quali giovani. Oggi in migliaia manifesteranno a Roma. Ci sarà anche il segretario della Cgil, Susanna Camusso. «Si tratta di una generazione – dice Michele Azzola, segretario nazionale Slc-Cgil – che quando è entrata, circa 10 anni fa, era appena laureata. Adesso hanno 35-40 anni, spesso sono sposati e con famiglia e quello che doveva essere un lavoretto è diventato con gli anni spesso l’unica fonte di sostentamento». I sindacati chiedono un miglioramento delle condizioni di lavoro e dei salari, danneggiati da una concorrenza sleale di grandi imprese che lavorano all’estero, dall’Albania all’India, dove il costo del lavoro è bassissimo. Da noi invece il settore è polverizzato in 2.270 aziende. Diecimila lavoratori, dicono Cgil, Cisl e Uil, rischiano il posto, se il governo non metterà fine alle gare d’appalto al massimo ribasso e non frenerà la delocalizzazione. È solo l’ultima puntata di una telenovela che attende un finale migliore. 

Il governo Renzi ha risposto all’emergenza giovani con la liberalizzazione dei contratti a termine (che fa infuriare la Cgil) convinto che se si consente alle aziende di assumere liberamente per tre anni l’occupazione aumenterà. Ci sarebbe poi una grande opportunità: il programma europeo Garanzia Giovani, finanziato con 1,5 miliardi per dare ai giovani un’opportunità di formazione o di lavoro entro tre mesi dalla conclusione del ciclo di studi o dalla perdita di un precedente lavoro. Anche a causa del cambio di governo l’Italia è partita in ritardo e con l’handicap di un difficile coordinamento tra ministero del Lavoro e Regioni che hanno la responsabilità di attuare il piano. Ma sarebbe imperdonabile sprecare anche questa occasione. 

CORRIERE DELLA SERA