Da Al Qaeda ai ribelli ceceni la rete che allarma l’Europa

I ribelli festeggiano la liberazione di Tripoli

Un’Europa infiltrata, colonizzata, attraversata da reti che si cercano, si alleano, si scontrano ma poi si ricompongono e hanno tutte un faro: la guerra all’Occidente cristiano, l’obiettivo della riunificazione della Umma, la comunità islamica, sotto le bandiera di un Islam (il Califfato nero?) «che conquisterà da Roma all’Andalusia». Reti islamiche di matrici diverse, ma tutte forgiate sul campo: prima in Cecenia, poi in Afghanistan, Bosnia, infine Iraq e Siria. E che usano Internet nella duplice forma del franchising di Al Qaeda e del web parallelo dell’Isis. Con centri di finanziamento e supporto logistico in paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar e la stessa Turchia che è, paradossalmente, un pilastro della Nato, e quartier generali del terrore dal Nord-Africa alla Penisola Arabica (Yemen in particolare), dall’Africa Sub-Sahariana allo Stato islamico in Siria-Iraq. Dalla Libia al Pakistan, con “ponti” fisici transcontinentali nel Corno d’Africa tra lo Yemen, dov’è attiva Al Qaeda (la branca che ha firmato l’assalto a Charlie Hebdo), e la Somalia degli Al-Shabaab sconfinanti in Kenya.
I FILI INVISIBILI

Le cellule extra-europee sono collegate con l’Europa da fili invisibili ma reali: migliaia di nomi e cognomi di pendolari del terrore. E il sostegno della zona grigia che pesca negli oltre 41 milioni di musulmani europei (6 solo in Francia, 1 milione 200mila in Italia). La Direzione statunitense per le Identità dei terroristi, ramo del Controterrorismo Usa, ha puntato l’occhio su 20.800 cittadini americani, ma globalmente i sospetti di terrorismo erano già oltre un milione nel giugno 2013 (680mila nella “watch list”, sotto osservazione). Ben 8.211 sospettati di avere contatti con Al Qaeda nella Penisola Arabica, per lo più in Yemen, 3.258 con lo scenario di guerra civile in Siria. Gli affiliati del nucleo originario di Al Qaeda sarebbero 50.466, oltre 73mila i loro seguaci in Iraq, quasi 63mila i Talebani tra Afghanistan e Pakistan. La lista di quelli a cui è vietato salire su un aereo americano conta 47mila nomi (c’erano pure i killer di Parigi, 800 gli statunitensi). Un altro numero è indicativo della diffusione del cancro jihadista in Occidente, quello dei foreign fighters, i combattenti stranieri che si sono “distinti” in Siria-Iraq: più di 3mila europei (oltre il 90% nell’Isis), la Francia significativamente in testa con più di mille, seguita da Gran Bretagna (750) e Germania (600), poco più di 50 dall’Italia.
GLI ATTENTATI

Anche a Londra l’allarme è elevato. La Gran Bretagna deve fronteggiare «una minaccia terroristica molto grave, perché crediamo che un attacco sia altamente probabile» ha detto ieri sera il premier britannico David Cameron parlando con la tv Cbs. Ai tradizionali legami tra la Gran Bretagna e il sub-continente asiatico si devono gli attentati alla metropolitana di Londra. La predicazione degli imam londinesi si è cementata con l’esperienza della guerra in Kashmir per l’indipendenza della regione a maggioranza musulmana dall’India e la sua riunificazione col Kashmir pachistano, poi con i Talebani afgani, infine con lo Yemen. Lezioni di Jihad che hanno raggiunto nelle carceri europee anche i killer franco-algerini di Parigi, a loro volta legati a Al Qaeda Yemen. E se all’inizio pareva che tra Isis e Al Qaeda fosse guerra per il predominio nella galassia della Jihad, l’esplosione del terrorismo in Francia ha dimostrato la possibilità di una nuova alleanza tra i due brand. A complicare tutto, la guerra in Libia che ha detronizzato il colonnello Moammar Gheddafi, baluardo contro l’integralismo in Africa, provocato un’implosione dello Stato e aperto spazi per l’espansione di milizie vicine allo Stato Islamico davanti alle nostre coste, a Derna, sotto l’emblema di Ansar al-Sharia. Senza contare l’intensificarsi delle incursioni stragiste in Nigeria di Boko Haram.
Ciò che avviene in questi teatri ha link diretti nelle comunità che vivono in Europa. A tutto ciò va aggiunta l’esperienza della “guerra dei dieci anni” nell’ex Jugoslavia: la componente musulmana ha sofferto e combattuto, non a caso il traffico d’armi segue oggi le rotte balcaniche e il Kosovo è indicato come fucina di potenziali terroristi. La Gran Bretagna ha una popolazione musulmana che viene soprattutto dal vicino Oriente (Pakistan e Afghanistan), la Francia e il Belgio dall’Africa tagliata a metà dal jihadismo (dalla Somalia al Sud dell’Algeria), l’Italia fronteggia la Libia in pieno caos con infiltrazioni del Califfato e ha legami con Tunisia, Algeria, Marocco. La Germania ospita l’imponente comunità turca mentre la Turchia è diventata territorio di passaggio di miliziani e armi verso la Siria dove sventolano le bandiere dell’Isis come di Al Qaeda rappresentata dalla formazione integralista “Jabat al Nusra”. Una macedonia di gruppi sanguinari coi quali d’ora in poi dovremo fare i conti. E, intanto, imparare a conoscerli.

Il Messaggero