Colle, Renzi vedrà Grillo «Voglio un nome nuovo»

EVENTO "TED X FIRENZE: INNOVAZIONE E OTTIMISMO"

«E’ vero, il nuovo Presidente dovrà essere autorevole e garante di tutti. Ma dovrà anche incarnare il cambiamento. Non dico che prenderemo uno che passa in strada, però è evidente che nell’elezione del capo dello Stato si dovrà leggere chiaramente la fase di novità avviata dal mio governo». Matteo Renzi, in una domenica trascorsa a palazzo Chigi a occuparsi dei soccorsi alla nave Norman Atlantic e a limare il breve discorso con cui oggi aprirà la sua prima conferenza stampa di fine anno, non rinuncia a gettare un occhio alla delicata partita del Quirinale. E l’accento posto sul cambiamento fa capire che il premier – quando a metà gennaio arriverà il momento di scegliere il successore di Giorgio Napolitano – non punterà tanto su una personalità di elevato profilo internazionale, quanto su un nome che incarni il «nuovo». Traduzione: calano le quotazioni di candidati con un elevata caratura internazionale, ma espressione di stagioni passate, come Romano Prodi o Giuliano Amato. «Tanto più», dicono nella sede del Nazareno, «che Berlusconi non voterebbe mai Prodi e che solo facendo il nome di Amato ha finito per bruciarlo…».
LA SPERANZA DELL’AIUTINO

Costretto a una corsa contro il tempo per approvare la legge elettorale prima che si apra la delicata partita del Quirinale, Renzi inoltre coltiva la speranza che Giorgio Napolitano aspetti qualche giorno in più prima di dimettersi. «Tutti dicono che il Presidente lascerà il 14 o il 15 gennaio a conclusione del semestre di presidenza dell’Unione europea», dice un renziano del cerchio ristretto, «ma non è escluso che lasci dopo il vertice con Angela Merkel del 22 e 23 gennaio. Napolitano ha sempre tenuto alla cornice internazionale e visto che quel summit è molto impegnativo, è probabile che decida di seguirlo prima di lasciare». Il che darebbe a Renzi una preziosa settimana in più di tempo per portare a casa l’Italicum.
Nuovo “aiutino” di Napolitano a parte, in questi giorni i luogotenenti di Renzi, Luca Lotti, Lorenzo Guerini, Francesco Bonifazi, Graziano Delrio sono al lavoro per sondare uno ad uno i 450 grandi elettori del Pd. «Stiamo cercando di creare il clima favorevole a un accordo aperto a tutto il partito», dice uno dei luogotenenti, «vogliamo arrivare al momento della verità compatti. Perché se non fosse compatto il Pd, diventerebbe impossibile pretendere buonsenso e unità dalle altre forze politiche».
Renzi insomma vuole rendere i dem lo “zoccolo duro” dell’intesa su «una rosa di nomi» da allargare poi alla «maggioranza di governo, a Berlusconi e ai Cinquestelle». Non solo i fuoriusciti: «Puntiamo a un accordo con Grillo. Sappiamo che è tutt’altro che semplice, ma quando arriverà il momento inviteremo Grillo. Un nuovo incontro in streaming? Vedremo. Bisogna capire cosa accadrà da qui ad allora, se si annunciasse come una pagliacciata sarebbe inutile».
Ciò che è certo, è che Renzi non ha interesse a far cadere l’opzione-Grillo pur sapendo che «è estremamente insidiosa e probabilmente infruttuosa». Il premier misurerà la tenuta di Berlusconi su Forza Italia durante le votazioni sull’Italicum a gennaio. E se l’ex Cavaliere dovesse dimostrarsi incapace di controllare i suoi, per forza di cose Renzi dovrà virare sui Cinquestelle. Tanto più, che dal Movimento ora trapela la disponibilità a votare un candidato del Pd.
Il problema è che le votazioni si svolgeranno a scrutinio segreto. Ed è forte il timore che a causa dello spappolamento di Forza Italia e dei malumori della minoranza del Pd si ripeta la disastrosa impasse del 2013. Per scongiurare questo epilogo Renzi, attraverso i suoi luogotenenti, sta facendo balenare la minaccia delle elezioni anticipate. «Dopo ciò che è accaduto un anno e mezzo fa», dicono al Nazareno, «il Parlamento dovrà dare prova di maturità. Se invece il voto segreto servirà per compiere imboscate e impallinare candidati condivisi, andremo avanti a oltranza. Alla fine un nuovo Presidente l’avremo per sfinimento, fosse anche alla ventesima votazione, ma subito dopo dovremmo chiederci se un Parlamento così logoro, diviso e sfibrato debba ancora restare in vita, o se è meglio andare alle elezioni».
Inevitabilmente, vista l’aria che tira, Renzi ha ormai scartato l’ipotesi di tentare il colpo nelle prime tre votazioni, quando serve la maggioranza dei due-terzi. «Potremmo provarci solo se avessimo in tasca un accordo blindato con Berlusconi e Grillo e con un margine di 100-150 grandi elettori. Dunque, è molto più probabile che si vada alla quarta votazione», quando basterà la maggioranza assoluta: 505 votanti su 1008.

Il Messaggero