Camera, commessi in rivolta: non siamo camerieri di lusso

Laura Boldrini

Fuga dalla Camera, pioggia di ricorsi («I tagli sono incostituzionali!»), il volantinaggio dei dipendenti di Montecitorio ieri, l’appello delle 25 sigle sindacali interne a tutte le istituzioni nazionali e internazionali («Ci rivolgeremo anche alla Corte di Giustizia europea!» e, se esistesse, al Giudice Supremo dei Commessi Parlamentari), la voglia di flash mob (flash che? mob deché?»), le lacrime delle vittime (compreso il direttore generale del Palazzo che passa da 478.ooo euro all’anno a 240 ma recupera con l’indennità di funzione un bel po’ dei soldi decurtati e si porterà a casa 360mila euro?) e perfino la guerra di classe: «Perchè per colpire gli alti papaveri strapagati, e per farsi belli davanti al popolo anti-casta, ci si accanisce contro un giovane barbiere di Montecitorio che prende appena duemila euro?», dice uno dei giovani barbieri in questione. E aggiunge: «Fuori guadagneremmo di più. Pettinando le signore». E insomma baraonda e caos, rabbia e senso di ingiustizia patita, clima da assedio – ma c’è anche chi solidarizza con loro come il berlusconiano Osvaldo Napoli: «Qui dentro si taglia, si taglia, si taglia sempre e sempre di più, ma tanto agli italiani non basta mai. E dicono sempre come diceva Giovanni Agnelli quando lo Stato dava soldi alla Fiat: troppo poco e troppo tardi» – e in certi casi anche la consapevolezza, da parte dei 2400 dipendenti di Camera e Senato molti dei quali ben remunerati (lo stenografo prende 172mila euro all’anno, il barbiere anziano 7.600 al mese, un documentarista 166.000 all’anno cioè 12.700 al mese e e un consigliere parlamentare 18.400 al mese cioè quanto il presidente della Repubblica), della necessità di fare sacrifici come tutti. Il sacrifico dell’abolizione della sarta del Palazzo, che rammendava i pantaloni scuciti dell’onorevole che si alza dal ristorante di Montecitorio con la pancia cresciuta o del peone a cui s’è rotta la giacca e ha bisogno del rammendo rapido per la diretta tivvù, viene vissuto qui dentro come un sopruso e come il simbolo dei diritti violati. «Aveva vinto un concorso e invece le fanno fare la donna delle pulizie….».
SOFFERENZE

Un clima così. Ma nel dramma generale del Palazzo ai tempi delle forbici affilate (non quelle della sarta e tutte da verificare poi nella realtà, perchè le forme di recupero dei soldi perduti dai dirigenti già sono state trovate mentre per gli altri non prima del 2018 andranno a regime i tagli), un dramma particolare e doppio o triplo lo stanno vivendo i dipendenti separati. Accostano i parlamentari lungo i corridoi di Montecitorio, o all’entrata dei bagni e della barberia, e confidano: «Onore’, ho due famiglie (qualcuno anche tre, ndr) e ora con lo stipendiuccio abbassato come riuscirò a sfamarle entrambe? Mando i bambini a chiedere gli spiccioli alla Boldrini?». Ieri la presidentessa s’è arrabbiata. La cosa è andata così. Un deputato di Scelta Civica, Andrea Vecchio, è partito all’attacco dei commessi di Montecitorio. Prima dicendo che «i tagli che li riguardano sono fasulli». Poi aggiungendo: «Sono protetti dalla politica, ridicolmente vestiti in livrea come dei camerieri, grottescamente remissivi e servizievoli con i cosiddetti onorevoli, che per questa mansuetudine bovina percepiscono buste paga da sogno, senza avere alcuna competenza che le giustifichi». Al Vecchio è partita la frizione, e la Boldrini lo bacchetta: «Espressioni offensive con cui si getta fango su chi lavora nelle istituzioni». E i commessi? «Ma chi è ’sto Vecchio? ’Sto matto! Cameriere di lusso sarà lui!».
DIASPORE

C’è il commesso anziano da centinaia di migliaia di euro che davanti al ritocco in basso si fa i conti: «Mi conviene andare in pensione subito?». E c’è il commesso spaccone: «Che c’è di strano se siamo pagati più degli altri? Anche la Porsche costa di più perchè è di lusso». In questo caso, si tratta di un lusso da 99.000 euro all’anno. Un consigliere esperto può arrivare anche a 240mila. Spiega il deputato del Pd, renziano, Michele Anzaldi: «Sbagliato generalizzare. Alcuni dipendenti parlamentari sono bravi e vitali per il lavoro delle Camere. Mentre altri non sono collaborativi e rischiano addirittura di danneggiarci. Parecchie interrogazioni vengono sospese, o lasciate nel limbo, perchè i funzionari non le presentano, avanzando dubbi, scuse e pretesti assurdi».
Ma in queste ore, più che la guerra di casta (lavoratori contro onorevoli, privilegiati contro privilegiati), impazza nel Palazzo l’amichevole moral suasion dei primi sui secondi, del tipo: «Ma come potete farci questo…. Non ci conviene sostenerci a vicenda? Non è meglio l’areggeme che t’areggo?». Forse, sì. Questa pratica infatti sembra già in atto. E probabilmente vincerà l’acqua di rose.

Il Messaggero