Brittany, il Vaticano: gesto senza dignità

Brittany

Un anno fa, proprio di questi tempi, gli esperti del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, medici, psichiatri, filosofi, teologi, al termine di una conferenza internazionale, ebbero con Papa Francesco un lungo e approfondito scambio sul tema dell’eutanasia. La riflessione giungeva al termine di alcuni giorni di lavoro congressuale e servì soprattutto per mettere a punto una specie di manifesto a difesa dei malati terminali, degli anziani. I punti cardine erano: «Respingere con fermezza ogni forma di eutanasia; difendere e diffondere sempre e ovunque la dignità della persona anziana malata; approfondire l’amore e la comprensione delle generazioni rispettando gli anziani malati nelle famiglie». La messa al bando della dolce morte è chiara. Chiarissima.
L’ABBANDONO DEI MALATI
Il tema dell’eutanasia è particolarmente sentito nella Chiesa e al centro di una battaglia da parte di diversi episcopati nel tentativo di scongiurare l’introduzione di leggi permissive. Il caso di Brittany Maynard ha di nuovo portato sotto i riflettori la questione. «Il suo gesto è da condannare in sé, ma quello che è successo nella coscienza noi non lo sappiamo» ha commentato monsignor Carrasco de Paula, presidente dell’organo consultivo della Santa Sede su questioni di vita e bioetica: «Ma coscienza è come un santuario in cui non si può entrare. Ma riflettiamo sul fatto che se un giorno si portasse a termine il progetto per cui tutti i malati si tolgono la vita, questi sarebbero abbandonati completamente: il pericolo, quindi, è incombente perché la società non vuole pagare i costi della malattia e questa rischia di divenire la soluzione».
L’INCONGRUENZA
Per la morale cattolica il caso di Brittany evidenzia una incongruenza di fondo. «Questa donna è ricorsa all’eutanasia pensando di morire dignitosamente, ma è qui l’errore: suicidarsi non è una cosa buona, è una cosa cattiva perché è dire no alla propria vita e a tutto ciò che significa rispetto alla nostra missione nel mondo e verso le persone che si hanno vicino». Tempo addietro, in Olanda, vi fu un caso analogo, riguardante un anziano senatore, Edward Brongersman, che giunto all’età di ottantasei anni, chiese al suo medico di aiutarlo a morire poiché era «stanco di vivere» e così avvenne. Gli venne somministrato un cocktail letale di farmaci sebbene non soffrisse di alcuna malattia grave e inguaribile.
La Chiesa, davanti a quell’episodio, non ebbe alcun timore ad alzare la voce per difendere la centralità della vita. «La legalizzazione dell’eutanasia comporterebbe un serio pericolo di abusi verso molte persone anziane e verso altri soggetti gravemente ammalati e quindi in una oggettiva condizione di grande vulnerabilità» dichiararono i vescovi. Una posizione condivisa da tutti gli episcopati del mondo, senza eccezione. Il ‘no’ della Chiesa all’eutanasia è sempre stato netto, più volte ribadito dai pontefici, messo nero su bianco in discorsi e documenti dottrinali.
I vescovi belgi, davanti al progetto di sopprimere bambini malati, si sono chiesti se si può «banalizzare l’eutanasia sino al punto da sopprimere anche ogni legame sociale? Sino al punto di sbarazzarsi di anziani e bambini?» In Belgio, gli ultimi dati disponibili, relativi al 2012 registrano 1.432 dichiarazioni di eutanasia, con un aumento del 25 per cento rispetto all’anno precedente, il 2 per cento dell’insieme dei decessi registrati nel Paese. La legge sull’eutanasia è del 2002 e viene applicata solo su persone affette da malattie incurabili a condizione che siano maggiori di diciott’anni e dispongano di tutte le facoltà mentali. Per il cardinale André Léonard, «l’introduzione dell’eutanasia non si limita ad avere conseguenze sull’individuo che la reclama, ma modifica nella società il rapporto fondamentale con la vita e la morte e mina il legame vitale di solidarietà di ogni cittadino con le persone sofferenti».

Il Messaggero