Bossetti, in aula parla la difesa: dubbi su dna. E la moglie arriva in Porsche

Giuseppe Bossetti

Marita Comi si è presentata in tribunale a bordo di una Porsche Panamera color rame, guidata dal consulente della difesa, il crimonologo Ezio Denti. Ha disertato l’aula per diverse udienze ma oggi, anche per smorzare le voci di tensioni nel rapporto con il marito dopo la diffusione delle bollenti lettere con la detenuta Gina, è arrivata puntuale. Sono le ultime battite del processo a Massimo Bossetti, accusato di aver ucciso Yara Gambirasio con “sevizie e crueltà”. La pm Letizia Ruggeri ha chiesto per lui la condanna all’ergastolo con sei mesi di isolamento diurno, oggi la parola è passata alla difesa. Che ha criticato la requisitoria del magistrato, definendola autocelebrativa.

Gli indizi sono come tessere di un puzzle, “quando un pezzo non entra, non possiamo farlo combaciare a tutti i costi: stiamo affrontando un processo in cui si dovrà comminare la pena di morte italiana, per un ergastolo non bastano le congetture, ci devono essere certezze”. L’avvocato Claudio Salvagni ricostruisce l’inchiesta sulla morte di Yara Gambirasio e afferma: “Qui siamo stati presi in giro. Basta suggestioni, basta condizionamenti farlocchi”. E mette in fila quelle che definisce contraddizioni: non si sa come la ragazzina sia morta, con che arma sia stata uccisa, nè dove, nè perchè. “Non basta alzare le braccia impotenti, dobbiamo prenderne atto – dice l’avvocato – Yara è morta per il freddo, per le ferite che le sono state inferte in vita, ma non abbiamo nessuna ricostruzione ipotetica su come le siano state inferte. Questo processo ha ben pochi punti fermi”.

“BOSSETTI NON E’ UN ASSASSINO”
L’arringa dell’avvocato Salvagni comincia con un ricordo della ginnasta di Brembate: “Il primo pensiero è per la vttima e per la sua famiglia, il nostro processo non sarà mai irrispettoso della memoria della povera Yara”. Questo, rimarca, “non è un tentativo di catturare la benevolenza della Corte, bensì l’estrinsecazione di un sentimento: prima che avvocato sono un padre, e da padre ho analizzato questo caso”. Nessuno nel collegio difensivo, spiega, ha lavorato per fama o per denaro (compresi i consulenti), “tutti si sono impegnati pro bono e con un punto di partenza comune: essere certi che questa persona non è un assassino”. E invece “abbiamo assistito a un massacro, nella migliore delle ipotesi i nostri periti erano degli incapaci”. A fronte di ciò, l’accusa ha presentato uno scenario di “suggestioni, ipotesi, ricostruzioni fantasiose che non trovano fondamento”. A cominciare dal dna, con la discrepanza di quello mitocondriale. “E’ un elemento importantissimo, deve fornire una fotografia nitida. Va letto, studiato e deve essere incontrovertibile”, dice Salvagni. Ma non può essere un atto di fede. “Voi – si rivolge alla Corte – non avete giurato su un libro di biologia ma sulla Costituzione. Dovete giudicare con la mente scevra da condizionamenti. Qulla firma sulla sentenza dovete metterla con grande serenità d’animo”.

LE LETTERE A GINA
La difesa replica poi agli avvocati di parte civile i quali, quando è stato chiamato a deporre il figlio di Bossetti, hanno commentato: “E’ stato toccato il punto più basso”. Ebbene no, per Salvagni l’episodio peggiore è stato inserire agli atti la corrispondeza hot tra il carpentiere di Mapello e la carcerata Gina. “Un colpo basso. Subito dopo la diffusione di quelle lettere ho parlato con Bossetti e l’ho trovato peggio di quando l’hanno arrestato. La sua vita messa in piazza, terribile”. Questa, per il legale, è una “tortura”, sulla scia del tentativo di tirare in ballo i presunti amanti di Marita “per provare a introdure un movente postumo. Ma quali amanti? Questi sono colpi a tradimento”. La vita del muratore, definito un “sex offender”, una persona “irimediabilemnte attratta dal sesso, è stata rivoltata come un calzino. E cosa è stato scoperto? Niente”. Dal suo portafoglio è spuntato un biglietto con nomi di donna e accano numeri di telefono. “Ecco, abbiamo scoperto la lista delle amanti di Bosetti, è stata la conclusione degli investigatori. E invece era un modo per mascherare i pin delle carta di credito”, spiega Salvagni. Che illustra quelle che, per la difesa, sono le altre incongruenze del processo: la silice trovata sul corpo di Yara, secondo elemento reperibile in natura e quindi non necessariamente trasmessa da chi è entrato in contatto con la ragazzina, le contaminazioni del cadavere, i calzini sporchi di sangue e le scarpe slacciate, i fili e le fibre forse provenienti da un telo in cui è stata avvolta. Tanti dubbi, dice il difesore, nessun punto fermo. “Noi siamo certi di essere dalla parte del bene, dalla parte della giustizia”.

Il Messaggero