Blitz di Borghezio, Lega a caccia di voti irrompe nella polveriera della Capitale

BORGHEZIO

ROMA Giorgio Morandi fu un pittore così poetico che dà il nome a una via così tragica. E questo è il primo paradosso di Tor Sapienza. Il secondo è che la Lega Nord usa come trampolino di lancio acchiappa-voti la città di Roma. Soffiando sul fuoco delle angosce, del terrore, del vuoto politico che destra e sinistra – a cominciare dal Pd che qui governa da sempre anche quando non si chiamava così – hanno creato nelle periferie della Capitale e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ora in questa voragine di insicurezza e di rabbia chi compare? Mario Borghezio. Ce lo siamo meritati? No. Ma eccolo qui. Imprenditore della paura. Speculatore del dramma sociale. Fa il buono: «Non vado nel centro immigrati perchè la mia presenza verrebbe presa come una passerella». E ancora: «Non vado al comitato dei cittadini per non creare altri casini». Fa l’agnello il lupo leghista, e perfino il romanista: «Vorrei prendere la cittadinanza romana, e diventare mini-sindaco del municipio di Tor Sapienza. Così do sicurezza a tutti». Intanto – prima di andare a Borgata Fidene con gli amici di Casa Pound – Borghezio sta chiuso nel bar Mamarà e si fa portare un cappuccino: «Posso averlo a forma di cuore?». Dentro il locale – mentre i passanti chiedono: «E chi è ’sto ciccione?» – arringa i giornalisti, fuori dal locale anche. Mettendo in scena il bluff della solidarietà opportunistica e politicista: «Vi porto i saluti di Salvini». Ce lo meritiamo Borghezio? Usa la polveriera Roma come terreno di prova per la Lega dei Popoli – non più Lega padanista – e il suo «no agli immigrati» suona diverso dalle grida dei cittadini disperati che si sentono abbandonati al degrado delle periferie senza che nessuno, a parte adesso che il bubbone è scoppiato, sappia o voglia guardare laggiù.
MULTICULTI
E’ fallito, ed era facile prevederne il flop, il falso mito del multiculturalismo a Tor Sapienza e in tante altre parti della Polveriera Capitale: e il Carroccio ci si addentra come un panzer, come un topo nel formaggio, come un coltello nel burro fatto sciogliere dagli altri partiti. «Se ne devono anna!», grida qualcuno, al passaggio di Borghezio a Borgata Fidene, riferendosi agli stranieri. Qualcuno va da lui e gli dice: «Io so’ razzista». Qualcuno altro dice: «Io non so’ razzista, so’ loro che so’ negri». Ma i più, che razzisti non sono affatto, vedendo passare il leghista furbo ma troppo evidente nella sua furbizia ne capiscono la manovra. Pur continuando a soffrire di solitudine e di abbandono. Il Carroccio mescolato alle contestazioni contro il sindaco Marino, alle ronde di Casa Pound, ai disoccupati di periferia e alle famiglie esasperate dall’invivibilità del proprio spazio, a Tor Sapienza, su cui tra campi rom e centri di accoglienza si è voluto creare un inferno e tutto faceva prevedere l’esplosione di questo inferno e dei tanti che da un momento all’altro potrebbero diventare altre Tor Sapienza. «Ora telefono a Salvini e gli dico che a Roma oggi è una giornata stupenda», infierisce il Borghezio sulla tragedia. La quale meriterebbe altri paladini – forze dell’ordine più presenti, buon senso di una politica lungimirante, cultura istituzionale libera da cedimenti radical chic tipici di chi snobba le periferie – e non le passeggiate incendiarie di chi arriva da lontano, pensa alle prossime elezioni e si alliscia i romani così: «Io vi ho sempre descritto come fannulloni. E invece siete un popolo meraviglioso!». La passerella il leghista l’ha fatta. La sceneggiata s’è consumata. Il Carroccio lascia i segni delle sue ruote su viale Morandi. E toccherà ad altri avere la capacità di cancellarli.

IL MESSAGGERO