Berlusconi gioca la carta del presidenzialismo

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BARI «Vogliamo passare dalla Repubblica dei partiti a quella dei cittadini». Silvio Berlusconi scommette sulla vocazione riformatrice di Forza Italia e gioca la carta del presidenzialismo. Il leader del centrodestra è intervenuto ieri in videocollegamento con il gremito Teatroteam di Bari, dove Raffaele Fitto, insieme ai capilista Antonio Tajani, Elisabetta Gardini, Gianfranco Miccichè e Giovanni Toti, ha lanciato – sulle note dell’inno nazionale dedicato ai marò in India – la corsa del partito «oltre questa Europa e oltre il 25 per cento dei voti».

Il Cavaliere ha minimizzato l’attivismo del presidente del Consiglio Matteo Renzi sulle riforme, che sostanzialmente si rifanno «a quelle che Forza Italia aveva realizzato nel 2005». E sull’indispensabile svolta decisionista ha calcato la mano, auspicando che l’elezione al Colle non sia più una prerogativa dei partiti, ma sia dato «ai cittadini il potere di eleggere il proprio presidente della Repubblica». Poi è passato a criticare le lungaggini legislative del Parlamento: «Non è possibile che per approvare una legge ci vogliano oltre quattrocento giorni tra l’iter alla Camera e quello al Senato». La proposta di Forza Italia mira a ridurre drasticamente i tempi necessari per licenziare un provvedimento grazie all’introduzione «dell’unicameralismo e del termine perentorio massimo di novanta giorni per approvare una legge». Berlusconi ha anche auspicato una nuova Corte Costituzionale, nella quale i componenti «siamo eletti tutti dal Parlamento», e non si verifichi uno squilibrio determinato dalle nomine di personalità di sinistra su indicazione del Quirinale.

L’avvio della campagna elettorale di Forza Italia organizzato da Fitto ha offerto anche un segnale della ritrovata unità del partito, schierato a difesa del proprio leader, definito «scomodo in Europa», per il suo coraggio nel contestare le direttive comunitarie che hanno impoverito l’Italia. Per l’ex ministro pugliese «è necessario chiedere una moratoria dell’attuazione del fiscal compact e lo sfondamento del 3% accompagnato da riforme strutturali».

Sulla stessa linea si è schierato Giovanni Toti, capolista nel Nord-Ovest: «Il Ppe non è appannaggio della Merkel. Qualcuno ha detto che noi dobbiamo chiedere scusa ai tedeschi. Si sbaglia. Loro devono chiedere scusa a noi per tutti i posti di lavoro persi in questi anni a causa della crisi». Dura anche la polemica con il Nuovo centrodestra. Fitto ha parlato di «esponenti ingrati che hanno ricoperto ruoli al di sopra delle proprie capacità», Toti di «uccelli del malaugurio».

IL TEMPO