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Chi è il “dittatore” influencer che ha stravolto un paese (e di cui nessuno parla) | Ocula

Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata su altri scenari, in America Centrale si sta consolidando un modello politico che divide osservatori e istituzioni. A El Salvador, paese di circa sei milioni e mezzo di abitanti, il presidente Nayib Bukele ha approvato misure sempre più radicali nella gestione della sicurezza e della giustizia, tra cui l’estensione dell’ergastolo anche ai minori per reati gravissimi. Un passaggio che ha riacceso il dibattito internazionale sui diritti civili. Per analizzare cosa sta accadendo e come si è arrivati a questo punto, a “Ocula – L’occhio sul mondo” Ferdinando Petrarulo ha intervistato il giornalista e content creator di Will Media Federico Tafuni.

Dalle maras allo stato d’emergenza permanente

Per anni il paese è stato dominato dalle pandillas, in particolare Mara Salvatrucha e Barrio 18, organizzazioni nate tra gli emigrati salvadoregni negli Stati Uniti e poi “reimportate” in patria. «Erano loro a controllare intere porzioni di territorio, con omicidi, traffici e violenza diffusa», spiega Federico Tafuni.

Il punto di svolta arriva nel marzo 2022, dopo una strage con oltre 80 vittime in poche ore. «Bukele dice basta e avvia la strategia della mano dura», ricostruisce Tafuni. Viene dichiarato lo stato d’emergenza, che consente arresti senza mandato e operazioni su larga scala. «In pochissimi mesi vengono arrestate decine di migliaia di persone: oggi si parla di circa 90mila arresti».

Il criterio è spesso sommario: «Bastava avere un tatuaggio per finire in carcere», sottolinea. Un approccio che ha colpito anche cittadini senza legami con le gang, ampliando il perimetro della repressione.

Sicurezza quasi azzerata, consenso altissimo

I risultati sul piano della sicurezza sono evidenti. «Il tasso di omicidi è crollato drasticamente, fino a rendere El Salvador più sicuro, sotto questo aspetto, di paesi come il Canada», osserva Tafuni. Una trasformazione percepita direttamente dalla popolazione: «Si è passati da un contesto in cui si rischiava la vita per strada a una condizione di controllo quasi totale».

Questo ha alimentato un consenso straordinario. «Bukele ha livelli di approvazione attorno al 90%», spiega. E sintetizza la narrazione dominante con una frase pronunciata dal presidente alle Nazioni Unite: «Qualcuno dice che abbiamo incarcerato migliaia di persone, ma in realtà abbiamo liberato milioni di cittadini».

Il rovescio della medaglia è il sistema carcerario: «El Salvador ha oggi uno dei tassi di detenzione più alti al mondo», evidenzia Tafuni. Un equilibrio che si regge su una domanda implicita: quanta libertà si è disposti a sacrificare in cambio della sicurezza?

Il modello Bukele: comunicazione e rottura

Bukele costruisce il proprio profilo politico anche sul piano simbolico. «Si definisce ironicamente “il dittatore più cool del mondo” e il “re filosofo”», racconta Tafuni. Giovane, abile nell’uso dei social, e distante dalla politica tradizionale, ha intercettato un elettorato stanco dell’inefficacia dei governi precedenti.

Il suo percorso è atipico: imprenditore, comunicatore, poi sindaco e infine presidente. «Ha saputo usare perfettamente le piattaforme digitali per costruire consenso e raccontare la propria azione», sottolinea. Una leadership che combina decisionismo politico e narrazione diretta, senza mediazioni.

Redazione

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