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Il messaggio nascosto nel film di Spielberg che spiega la propaganda made in USA | Federico Greco

C’è un filo che attraversa cinquant’anni di cinema hollywoodiano — e quel filo non porta alle stelle, ma alle stanze dove si decide cosa deve sembrare vero. Il regista e scrittore Federico Greco, ospite di Giorgio Bianchi a Un Giorno Speciale, ha usato l’uscita di Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, come lente per leggere qualcosa di molto più grande: il modo in cui il cinema plasma l’immaginario collettivo in funzione del potere.

Spielberg, dalla New Hollywood al sistema

La parabola di Spielberg comincia, secondo Greco, nella stessa fucina da cui emerse tutta la generazione ribelle degli anni Settanta. «Lui nasce negli anni ’70 durante la New Hollywood come regista indipendente insieme anche a Lucas», ha ricordato Greco — e lo stesso Guerre Stellari, il film più incassato della storia del cinema, nasce come produzione indipendente a basso costo, un film di fantascienza che «teoricamente» avrebbe potuto definirsi un B-movie. Poi qualcosa cambia. Con il flop di 1941 – Allarme a Hollywood, il tentativo di critica all’esercito americano e all’antropologia statunitense si scontra con il botteghino. Da quel momento — era il 1979 — Spielberg e Lucas scelgono un’altra strada. «Probabilmente lì decise: ok, mi metto a fare quello che mi ingrossa di più il portafoglio».

Nasce così la distinzione che Greco traccia tra filmmaker e regista: «Il filmmaker va ovunque ci siano soldi per fare film. Il regista va ovunque ci siano film per fare soldi». Spielberg, che era partito come il primo, diventa il secondo.

Il cielo ripopolato

Il contributo culturale — o, a seconda del punto di vista, la funzione ideologica — di Spielberg e Lucas negli anni Settanta ha però una logica precisa. L’America di quel decennio era un paese traumatizzato: l’omicidio Kennedy, il Watergate, il Vietnam avevano demolito le certezze fondanti. La New Hollywood di Coppola, Scorsese, Altman rispondeva con il pessimismo e il nichilismo — Apocalypse Now, Taxi Driver, La conversazione. «Gli americani non avevano più bisogno di pessimismo», dice Greco. Lucas e Spielberg capiscono questo vuoto e lo riempiono con l’alieno buono, con la meraviglia, con lo stupore. Incontri ravvicinati del terzo tipo e Guerre Stellari ribaltano un’intera tradizione: fino ad allora il cinema di fantascienza aveva costruito l’alieno come minaccia — metafora del comunismo, dell’altro, dell’invasore. Loro lo trasformano in divinità benevola.

Greco cita Carl Gustav Jung, che nel saggio del 1958 Un mito moderno aveva già analizzato il fenomeno: nell’epoca ansiogena della Guerra Fredda, l’Occidente aveva bisogno di vedere il cielo ripopolato di qualcosa che desse conforto. «Era questa la cosa. In quegli anni c’era bisogno di vedere gli UFO come degli amici».

La sterzata del 2005

Poi arriva l’11 settembre, e Spielberg gira di nuovo il timone. Nel 2005 esce La guerra dei mondi con Tom Cruise: gli alieni sono tripodi letali, il film è grigio e cupo, e — dettaglio che Greco legge come metafora — le macchine aliene non arrivano dall’alto, ma emergono da sottoterra, dove erano dormienti da secoli. «Una metafora secondo me perfetta delle cellule terroristiche dormienti». L’immaginario si adegua al nuovo clima: gli Stati Uniti stanno esportando la democrazia nel Medio Oriente, e Spielberg «intercetta lui stesso», senza che nessuno probabilmente glielo debba dire, il nuovo bisogno narrativo.

“Disclosure Day” e la convergenza attuale

Con Disclosure Day, la traiettoria compie un’altra curva. L’alieno non è più buono né cattivo nel senso classico: è qualcosa di più vicino a Dio, innestato però in un thriller geopolitico in cui i cattivi — «guarda caso», ripete Greco — sono la Corea del Nord e la Russia, e la terza guerra mondiale è lo sfondo. «Non si dice mai esplicitamente che gli americani sono buoni», ma il cattivo ha l’accento dell’est, marcato. L’alieno diventa il collante narrativo attraverso cui l’Occidente si stringe intorno a sé stesso contro «le grandi autocrazie».

Quello che rende il quadro ancora più nitido, secondo Greco, è la convergenza di tre elementi distinti che raccontano la stessa storia. C’è la politica: Trump che annuncia la desegretazione dei file UFO dal 1947 in poi. C’è il documentario: The Age of Disclosure dell’anno scorso, prodotto da Dan Farah — che ha prodotto anche Ready Player One per Spielberg. E c’è il film. «È tutto identico, è tutto incredibilmente aderente». Greco cita Agatha Christie, o meglio la parafrasi che ne fa Bianchi in studio: un indizio è un indizio, due sono una coincidenza, tre sono una prova.

Redazione

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