Governo, Sky, Lega e calciatori giocano allo scarica barile. Chi ferma il campionato è perduto

Il 28 maggio decideremo sulla ripartenza del calcio italiano”. Le parole, ultime, del Ministro Spadafora, che fanno seguito all’ok del CTS al nuovo protocollo proposto da Figc e Lega, seppur all’insegna di un crescente ottimismo, tengono ancora in bilico il destino del massimo campionato di calcio.

Tra tante incertezze, una cosa appare certa: nessuna delle componenti (Ministero dello Sport, Figc, Lega e calciatori) vuole o ha interesse a dire ufficialmente stop al campionato. Troppi, infatti, gli interessi in ballo.

Il nodo dei diritti televisivi

In particolare, resta sul piatto l’ultima rata dei diritti televisivi pari a qualcosa come 233 milioni di Euro. Il termine del 2 maggio è già scaduto ormai da diversi giorni e, mentre le posizioni di Perform e Dazn sembrano essere più concilianti (si parla di richieste di dilazionare o posticipare i pagamenti), decisamente più rigida è quella assunta da Sky. Così se da un lato la Lega ha ribadito la “necessità del rispetto delle scadenze”, la principale piattaforma televisiva a pagamento ha proposto un forte sconto tra il 15 ed il 18% in caso di ripresa del campionato e un sostanziale “niet” nel caso di non ripartenza. Ma chi ha ragione nel caso in cui la disputa dovesse arrivare in tribunale? Ecco che allora si deve tornare al punto di partenza: dipende di chi sarà la scelta / assunzione di responsabilità di dire, eventualmente, stop al campionato.

Massimo potere decisionale alle Federazioni

Se, dunque, da un lato l’art. 218 del Decreto Rilancio dà il potere alle Federazioni di “adottare anche in deroga alle vigenti disposizioni dell’ordinamento sportivo, provvedimenti relativi all’annullamento, alla prosecuzione e alla conclusione delle competizioni e dei campionati”, fornendo alle stesse un potere più ampio nei confronti dei club e di eventuali futuri ricorsi (che non sarebbero in ogni caso improcedibili come già ampiamente illustrato in un altro articolo Decreto rilancio, niente stop ai ricorsi), nulla cambia nei confronti del rapporto con le Tv.

Possiamo allora prevedere in caso di stop definitivo al campionato, – fermo restando che nei contratti dei diritti tv in Italia (così come nel resto d’Europa) fra la Lega ed i Broadcaster non si ravvisano clausole che prevedano una disciplina per casi analoghi al Covid-19 – due ipotesi principali: fine anticipata imposta dal Governo (Ministero dello Sport e/o della Salute) o, diversamente, dalla Lega in accordo con la Figc.

Il primo caso è quello più interessante nonché articolato. In tale ipotesi, infatti, la Lega potrebbe puntare, in base al combinato disposto degli artt. 1218 e 1256 c.c., sull’impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa di forza maggiore e, dunque, sul fatto che la stessa sia divenuta impossibile per un fatto alla stessa non imputabile. E’ parimenti vero, tuttavia, che le disposizioni codicistiche fanno ricadere il danno derivante dall’impossibilità della prestazione sullo stesso debitore che, non solo perderebbe il diritto alla controprestazione (e quindi al pagamento dei diritti tv), ma, nel caso in cui l’avesse già ricevuta (e non è quello che ci occupa), è tenuto a restituirla in forza di quanto è previsto in materia di divieto di arricchimento unilaterale (è l’ipotesi del c.d. indebito oggettivo ex art. 2033 c.c.).

Meno probabile l’ipotesi di un mancato pagamento delle Tv

Nell’altra ipotesi decisamente meno probabile – non a caso Lega e Figc, nonostante i malumori di diversi club, hanno sin qui tenuto una posizione di facciata apparentemente compatta e unita (vedi la votazione in Lega all’unanimità ai fini della prosecuzione del campionato o l’ok obtorto collo al rigido protocollo così come richiesto dal CTS) – di un stop (auto) imposto da Federazione e Lega, ecco allora che le Tv potrebbero puntare forte sull’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c. (rifiuto di pagare l’ultima rata dei diritti televisivi per l’inadempienza di controparte); fermo restando che tale rifiuto, come previsto dal medesimo articolo, non potrà essere “contrario alla buona fede”. E’ un po’ il discorso dei calciatori che non possono rifiutarsi ufficialmente di non allenarsi o, addirittura, di non giocare le partite (in caso di ripresa del campionato) per non perdere il diritto a ricevere il pagamento degli stipendi (anche se il costo del cartellino rappresenterebbe, in tali casi, un forte deterrente per le società).

Le decisioni affrettate provocano grossi rischi

Un ultimo e doveroso distinguo da fare è quello tra l’impossibilità temporanea della prestazione e quella definitiva. Il discorso di cui sopra, infatti, è riferibile esclusivamente a quest’ultimo caso. La non imputabilità alla Lega della fine anticipata del campionato (in caso di decisione presa dal governo), verrebbe, infatti, meno nell’ipotesi di impossibilità temporanea della prestazione. Tanto per fare un esempio: si decide per lo stop al campionato il 28 Maggio (in via preventiva) ma dal 15 giugno le condizioni sanitarie avrebbero consentito lo svolgimento del campionato. Per questo diventa fondamentale non prendere (né per il governo né per Lega e Figc) decisioni affrettate prima di verificare se effettivamente vi sia un’impossibilità assoluta e definitiva o solo provvisoria di concludere il campionato (da qui anche il piano B, di Malagoniana memoria, del ricorso ai Play Off, mutando il format attuale). Va detto, tuttavia, per completezza di informazioni che nel caso di una ripartenza tardiva, le Tv potrebbero comunque fare leva sul fatto di non avere più interesse a conseguire la prestazione (circostanza prevista sempre dall’art. 1256 c.c.).

Insomma, Figc e Lega non hanno alcun interesse a dire (almeno ufficialmente) stop al campionato, anche se diverse società non si strapperebbero i capelli nel caso in cui la decisione fosse imposta dal Governo. Il gioco dello scaricabarile e dell’attendismo prosegue. Chi ferma (il campionato) è perduto.

Matteo Raimondi

ISCRIVITI AL NOSTRO CANALE YOUTUBE

LEGGI ANCHE: