Oggi voglio parlarvi del lavoro. Ricevo sempre centinaia di mail, di segnalazioni, ma quella che ho ricevuto oggi è proprio pesante. La storia di una giovane donna che lavora in un’azienda e che ci racconta quello che accade.

“Lavoro in un’azienda di servizi in cui viene demandato lavoro da altre aziende che a sua volta si avvale di parecchio personale ‘somministrato’. Personale assunto sia a tempo determinato e a tempo indeterminato.

Il più produttivo, sostengono i capi, il più ricattabile, sostengo io.

Due enormi spauracchi, la perdita del posto di lavoro, per tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di aver firmato un contratto ai tempi del compianto articolo 18, e l’incombente delocalizzazione hanno portato i lavoratori negli anni ad accettare passivamente il lento e inesorabile peggiorare delle condizioni.

Dalle turnazioni massacranti, con orari estenuanti ed estesi anche nei giorni festivi, agli straordinari imposti dall’azienda. Dal sotto-inquadramento contrattuale, all’aumento di mansioni da svolgere nella stessa quantità di tempo e con la medesima retribuzione. Dai continui controlli da remoto, alla più totale alienazione ottenuta mediante isolamento dal mondo esterno.

Qualsiasi effetto personale deve essere riposto in appositi armadietti prima dell’inizio del turno, nessun accesso alla rete, si può essere contattati in caso di emergenza ad un unico numero di rete fissa, ma ci sono 100 lavoratori con me e la richiesta deve essere vagliata prima da un superiore.

Le finestre sono completamente oscurate e impossibilitate ad aprirsi. Periodici corsi di formazione, opuscoli, cartelli inculcano in maniera martellante quanto siano fondamentali queste misure per la protezione dei dati personali dei clienti.

A causa dell’emergenza covid è stata trasferita tutta l’attività produttiva nelle case dei lavoratori. I lavoratori hanno accolto con sollievo la novità: grande risparmio di tempo, di denaro, libertà dal gioco delle estranianti e asfissianti misure di controllo a cui ci si era già assuefatti.

L’azienda dal canto suo si è resa conto dell’enorme convenienza e si appresta forse a tentare di renderla definitiva: ha proposto a fine emergenza di stillare accordi di tele-lavoro. Proposta accolta felicemente dai lavoratori in un primo momento, che però apre scenari abbastanza inquietanti: l’azienda ha reso esplicito che non vuole rinunciare alle proprie misure di sicurezza e si sta attrezzando per poterle replicare nelle case. Sembra impossibile, ma la normativa vigente in materia di tele-lavoro prevede ispezioni nei luoghi in cui viene svolta l’attività lavorativa.

Forse siamo entrati in un incubo da fantascienza, un luogo di puro sfruttamento avulso da qualsiasi contesto sociale all’interno della propria abitazione”.

Questa lettera ci fa riflettere su cosa può diventare il lavoro in questo paese.

Il lavoro è forza, capacità di organizzazione, relazione sociale, conflitto. Un lavoro di questo tipo si chiama schiavitù.

3 minuti con Marco Rizzo


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