Flat tax, perché sì

salvini

Salvini e’ il primo della Lega che ha compreso che per fare gli interessi del settentrione sarebbe stato necessario avviare una politica nazionale. 

Il progetto al di là delle sbavature e degli “allisciamenti”, originati per lo più dalla ricerca spasmodica di consensi, al netto delle frottole sull’Europa, e’ piuttosto chiaro. 

FLAT TAX ed AUTONOMIA DIFFERENZIATA 

Oggi mi occuperò soltanto del primo punto, perché sul secondo dovremmo ripartire dalla questione meridionale, su cui sto meditando da diverso tempo e che tanto mi angoscia (mi angoscia lo stato in cui è ridotto il sud d’Italia) per cui ne parlerò in un apposito approfondimento.

E’ evidente che una tassazione troppo alta produce dumping (aziende costrette a lasciare l’Italia per insostenibilità della concorrenza di Paesi con pressione fiscale al 10%), disincentiva il lavoro e produce evasione. 

Il criterio della progressività infatti, interpretato in maniera esagerata, induce ad una evasione di sopravvivenza oppure ad una fuga, non consente l’accumulo di capitali in mano ai privati e deprime la ricchezza personale, che viceversa riversata sull’impresa fu una delle cause del successo nel periodo del boom economico. 

Il capitale e la forza lavoro sono i due fattori principali della produzione, entrambi necessari per aprire ed avviare una qualsiasi attività che poi, se riesce, generi lavoro e quindi, occupazione e nuovo capitale.

La pressione fiscale usuraria avrebbe come presupposto che per la parte sovrabbondante del gettito lo stato impiegasse tali risorse con maggior senso di responsabilità ed efficenza rispetto a quanto possa fare quel privato, a cui le stesse sono state esageratamente prelevate?! 

Una total tax al 70% deprime e demotiva finanche la più lodevole iniziativa economica, a cui, come se non bastasse, va aggiunta la clava di una burocrazia folle. 

La demonizzazione della ricchezza e della proporzione tra sforzo, talento e retribuzione, ha bollato come egoistica ogni iniziativa di successo, rifuggendo ogni rigurgito produttivo attraverso aliquote fiscali da sfruttatori. 

Oggi inoltre, tale evidenza ha raggiunto livelli parossistici, attraverso la marginalizzazione di ogni forma di competenza e di esperienza e quindi, con il disconoscimento di ogni sacrificio e di ogni risorsa finanziaria necessaria a conseguirli.

Si è pensato che si potesse fare a meno del talento e dell’esperienza annoverando quei costi tra gli spechi.

Non quindi, pagare il giusto la qualità, ma pagare poco il nulla

Ad immiserire ulteriormente il quadro vi ha pensato anche una narrativa pauperistica ecclesiale che ha elevato la povertà a santità. Tale visione distorta della dottrina evangelica ci ha portato a ritenere che un popolo povero sia meglio di un popolo ricco.

Forse un popolo povero di risorse finanziarie, indispensabili soprattutto all’emancipazione sociale e culturale, e’ più facilmente soggiogabile ed è, senza dubbio, più semplice ridurlo a suddito bisognoso, rispetto ad un popolo ricco di cultura e di finanze, in grado di progredire autonomamente, e che sa apprezzare la qualità dei servizi ed il sacrificio che c’è dietro per realizzarli, e che non ha bisogno di pagare, con la propria libertà, il prezzo dell’elemosina di Stato.

Tasse eque sono in grado di sostenere un servizio pubblico per tutti e l’assistenza  per chi veramente non può permettersela, consentendo a chi ha accumulato provviste di attendere alle proprie necessità vitali senza dover ricorrere al sostegno dello stato.

Sulla solidarietà poi, francamente preferisco quella  silenziosa del privato rispetto a quella fatta e sbandierata con i soldi dell’erario, e che poi, spesso ha poco di solidale e tanto di sottostanti traffici speculativi.   

Aggiungerei che la violenza come elemento di pressione per la redistribuzione della ricchezza, tipico delle dittature, ha ancora oggi alcuni degni rappresentanti. 

Gli antagonisti ad esempio, che sfasciano tutto ciò che gli si para dinanzi non perseguono la giustizia sociale, ma distruggono soltanto ciò che non hanno faticato per costruire. 

La scorsa settimana sono stato in un comune, bello, verde, dove ogni cosa e’ curata, i servizi puntuali, l’edilizia ben manutenuta, una pianificazione urbanistica intelligente, la gestione dell’igiene urbana straordinariamente efficiente e dovunque le rinnovabili, le scuole e gli ospedali con ampi parchi intorno e l’impresa come asse portante di quell’economia. In buona sostanza un ambiente di area vasta con decine di migliaia di persone che lo abitano, un ambiente considerato RICCO. 

Tutto ciò, al cospetto, di ambienti putridi, maleodoranti, con servizi scarsi ed inefficienti, dove la povertà regna sovrana, dove l’uomo è servo, dove l’uomo è costretto a chiedere e votare qualcuno che decide per lui, che promette di sollevarlo un po’, da quello stato di torpore, ma che gli dice di prendere coscienza che quello è il suo stato e la sua immutabile condizione. 

Occorre quindi, fare attenzione ad impostazioni economiche e sociali fallite, ma ancora latenti e striscianti, che impoveriscono l’uomo di ogni tipo di ricchezza ad iniziare dalla libertà. 

La povertà e’ il punto di partenza di tutte le dittature.

Un uomo povero non sarà mai un uomo libero, perché dipenderà sempre da qualcuno ai cui piedi farà strisciare la propria dignità. 

Il lavoro rende liberi, mentre l’assistenza se sostitutiva di questo, rende schiavi. 

La flat tax unita ad un taglio significativo del cuneo fiscale rilancerebbero l’economia ed incentiverebbero il lavoro e la qualità dello stesso anche con la speranza del tutto legittima che, se lavori di più e meglio, è giusto che guadagni di più senza ingiustificati sensi di colpa (art. 36 della costituzione), invece di essere oltremisura espropriato dei proventi del lavoro per trasferire, anche quella parte sovrabbondante di risorse, al governo che ritiene di impiegarle in maniera più proficua ed efficiente di quanto possa fare chi quei soldi se li è sudati. 

Con la flat tax lo stato probabilmente vedrà forse le proprie entrate ridotte (e non è detto), ma pagherà certamente meno per la disoccupazione e soprattutto favorirà il lavoro, restituendo anche un premio all’impegno ed alla qualità, oltreché un incentivo a crescere e quindi a creare ricchezza per tutti. 

Con buona pace della politica che dovrà sempre più allinearsi alla qualità, riducendo gli sprechi ed i privilegi clientelari, per poter essere votata. 

Anche perché, soprattutto negli ultimi trent’anni abbiamo distrutto la qualità, incentivato l’uno vale uno, mortificato ogni iniziativa privata di successo coprendola di invidia, cercando di trovare il pelo nell’uovo pur di dimostrare che quella ricchezza, la quale magari offriva tanti posti di lavoro e dava lustro al Paese, dovesse essere perseguita fino a rinvenire la virgola fuori posto. 

A quel punto diventa naturale e necessario “uccidere” il talento ed il valore, di chi nonostante tutto ce la fa, per placare l’invidia sociale del popolo ridotto in miseria, che altrimenti non accetterebbe quel ruolo e quella sudditanza, e quindi spodesterebbe il despota ed i menzogneri di corte, ed ambirebbe al talento, al valore, e probabilmente  all’umanità, in contraddizione all’invidia ed alla violenza, che al contrario del talento e del valore distruggono tutto senza costruire mai nulla. 

Abbiamo consegnato il nostro valore, altissimo, (marchi, brevetti, prestazioni intellettuali di elevato profilo, uomini comuni di lodevole impegno e litri di sudore) ad una finanza speculativa che lo ha trattato con il necessario disprezzo, per guadagnarci innanzitutto, e poi, per far contenta una classe politica perlopiù di nullafacenti grassatori, peraltro incapaci (starlette, mezzi busti, lobbisti, scappati di casa, figli di ideologie che laddove sperimentate hanno portato miseria e disperazione) che pur di mantenere il potere, per decenni e senza meritarlo, hanno svenduto il paese e mortificato le eccellenze ed il valore di un popolo straordinario, che, dilaniato dalla costante menzogna, si è lasciato docilmente guidare da una ciurma di impostori, poveri di tutto.  

La flat tax, attenzione, va saputa fare e tenuta in equilibrio con gli attuali fattori economici, in armonia con l’intero palinsesto normativo. 

La flat tax unita alla riduzione del cuneo fiscale non sarà la panacea di tutti i nostri mali, ma rappresenta comunque un chiaro segno di rispetto del sacrificio e del talento di una persona.

Pensare ancora di lanciare il popolo italiano sul Mortirolo, sullo Stelvio, sul Gavia dissanguarlo sulla salita della total tax, non credo sia più possibile, a meno che non si dica chiaramente ai lavoratori, alle imprese italiane ed a chiunque voglia accumulare ricchezze grazie al proprio talento ed al proprio impegno, per poi, legittimamente investire in ciò che lo appassiona: 

ANDATEVENE! Perché l’Italia, ormai patria perlopiù di un popolo di grassatori e succubi prenditori costretto all’invidia sociale, non e’ più la terra del talento e del lavoro di Michelangelo, Leonardo, Galileo e Cristoforo Colombo, ma una terra di ciniche sanguisughe!