Una vera e propria Caporetto quella a cui è andato incontro Donald Trump, l’imperatore a stelle strisce, nelle recentissime elezioni americane. Elezioni che come sapete lo hanno visto perdere pressoché ovunque, perfino nel Texas, storica roccaforte dei repubblicani. Mi si è allora concesso svolgere alcune considerazioni sulla questione a volo d’angelo. Anzitutto non può passare inosservato il pietoso spettacolo offerto dai medi europei, i quali giubilano incontenibilmente per la vittoria dei democratici con la classica postura del buon servo che spera nella vittoria dell’imperatore buono, Adriano, anziché in quella dell’imperatore cattivo, Nerone, senza ovviamente mai mettere in discussione la propria integrale subalternità all’impero.
In secondo luogo, repubblicani e democratici in America, come del resto destra e sinistra in Europa, rappresentano solamente le due ali dell’aquila turbocapitalistica, voglio dire della sua alternanza che nega l’alternativa e della sua omogeneità bipolare. Che vinca la destra repubblicana o che trionfi la sinistra democratica, vince sempre e comunque l’ordine neoliberale dominante, vale a dire il partito unico fintamente articolato del turbocapitale.
In terzo luogo evidenzia una volta di più quel che ho già detto infinite volte. Donald Trump non rappresenta l’alternativa al sistema, come taluni scioccamente credono, essendo egli invece una variante del sistema stesso. In quarto luogo, è duopo domandarsi le ragioni della sconfitta sonante del codino biondo che fa impazzire il mondo. Ebbene, da qualunque prospettiva si analizzi la questione, non può non apparire lampante come detta sconfitta debba essere posta in relazione con il tradimento operato da Trump rispetto alle proprie promesse elettorali inerenti alla fine di tutte le guerre. Non solo l’imperatore a stelle e strisce non ha posto fine ai conflitti in essere, ma ne ha addirittura generati di nuovi. All’inizio di questo 2026 che volge al termine, Trump attaccò vigliaccamente il Venezuela, rapendo perfino il presidente Maduro in perfetto stile gangsteristico. Poi fu la volta della Persia, brutalmente attaccata in combutta con il criminale di guerra Netanyahu. Insomma, Donald Trump non ha chiuso i conflitti, ma ne ha aperti di nuovi e questo non gli è stato perdonato dalla popolazione americana, la quale indubbiamente si rivela decisamente superiore ai propri governanti, repubblicani o democratici che siano.











