Quattro grandi giornalisti, quattro cultori della narrazione e anche… del buon cibo.
A FoodSport Bruno Pizzul, Marco Mazzocchi, Pierluigi Pardo e Riccardo Trevisani si sono raccontati non solo per quanto riguarda il calcio e le loro passioni più nascoste, ma anche sui gusti a tavola e sugli aneddoti della loro vita al seguito dei più grandi campioni dello sport.
“In cucina prediligo iatti tipici del Friuli Venezia Giulia, il territorio dove sono nato e cresciuto, quindi Brovada e Musetto e la grande pasta e fagioli.
I ristoranti in cui vado di solito? A Firenze dal Latini, a Verona ai ’12 apostoli’, a Torino dal Cambio”.
“E’ brutto ricordare quella sera, ma non tanto nel mio ruolo di raccontatore della tragedia dell’Heysel, quanto più come uomo, perché è difficile dover andare a raccontare una partita di pallone e ritrovarsi a raccontare 39 morti.
Un ricordo particolare è legato alle mie prime telecronache a Città del Messico 70′, dove mi mandarono come quarto telecronista insieme a dei mostri sacri, Nicolò Carosio, Nando Martellini e Albertini. Quelle partite hanno lasciato dentro di me una traccia profonda, era il quadro psicologico che le faceva apparire così perché qualche mese prima non mi sarei mai immaginato di andare al mondiale“.
“Io a tavola andrei decisamente più a sud, mi ritengo eoliano-salinese d’adozione quindi opterei per una pasta alla norma e vado deciso sul Marsala.
Da chi ho imparato di più? Da Pizzul piuttosto che da Gianfranco De Laurentiis, o da Giampiero Galeazzi. Ho imparato soprattutto rubando con gli occhi.
Svelo un ‘trucco’, io nei primi tempi in cui seguivo la Nazionale gli facevo da galoppino: si presentava a ridosso della partita e si studiava la formazione che gli portavo. Un retroscena? Fumava durante la diretta.
Nella mia carriera ho avuto la fortuna di spaziare, l’esperienza che mi ha segnato di più è quando nel 2007 ho seguito una spedizione di 4 italiani sul K2, ho avuto la fortuna di fare un documentario la cui conclusione è anche tragica perché uno di loro non tornò indietro. Nello sport mi hanno sempre emozionato di più le Olimpiadi“.
“Il modo di raccontare le partite è decisamente cambiato. Ora abbiamo avuto un monumento come Pizzul che lavorava negli anni di monopolio della Rai, in cui fare una partita di Coppa dei Campioni per 10 milioni di persone è molto diverso che farne una di Premier League per 200.000 appassionati.
Per me oggi la qualità media dei telecronisti ad alto livello è altissima.
Il racconto della partita senza passione per me non ha senso, ci sono due filosofie secondo me. Una che è quella di sentire molto la partita, l’altra che propone un racconto molto asettico
Credo che i social network siano un luogo di legittimo sfogo delle persone, è una cosa normalissima dovuta all’immediatezza sul mezzo. Sono sicuro che se ci vedessimo dal vivo andremmo a prendere un caffè con le persone che insultano.
Gli algoritmi dei social che gli studiosi della democrazia digitale analizzano dimostrano che il web finisce per favorire le posizioni estreme“.
“Anche per me la passione è fondamentale, se me la togli mi togli tutto. Racconterei di nuovo il gol di Vecino a tre minuti dalla fine che fa qualificare l’Inter in Champions in quel modo.
Sono contento di essere così al netto delle polemiche social. Credo che si possano soltanto evitare fregandosene“.
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