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Juventus – Milan, alla fine gode solo Platone

Rare forme di vita offensiva in un primo tempo dall’appeal inversamente proporzionale al battage che ha preceduto la partita.
La Juventus muove di più il pallone, fondamentalmente, però al di là di qualche fremito di Conceiçao non c’è nulla che valga la pena annotare sul taccuino; il Milan sembra girare a scartamento ridotto, più guardingo e bloccato, però è Santiago Giménez quello che ci fa mettere agli atti vagiti di occasioni in attacco, con un tiro bloccato in due tempi da Di Gregorio e con una girata di testa.
Forse un segno del tipo di partita impostata da Allegri sta nel maggiore coinvolgimento di Rabiot rispetto a Pulisic.

Lo statunitense potrebbe prendersi scena e onor di firma nella fase iniziale della ripresa, con il penalty – pallido – che viene concesso da Guida al Milan, invece aprendo il piattone regala la sfera a qualche fortunato abitante del Monferrato.
La partita aveva già preso vita, nell’area opposta, qualche minuto prima, con un intervento salvifico di Maignan su Gatti in versione acrobatica.

Sintomi di “milanismo” crescente a ridosso dell’ora di gioco? Forse sì, ma i ribaltamenti di fronte pilotati da Conceiçao danno l’idea di poter pungere Bartesaghi e compagni.

La giostra dei cambi la comincia Allegri, superato subito dopo da Tudor quanto a stravolgimenti: la Juventus si ritrova con un fronte offensivo nuovo di zecca e con una diversa occupazione del territorio rossonero: Thuram, Openda e Vlahović in luogo di Conceiçao, David, Yildiz. Nel Milan, Leão e Loftus Cheek al posto di Giménez e Fofana, poi esce pure Pulisic per far posto a Nkunku.

Entrambe corteggiano la porta avversaria, ma senza prendere decisamente l’iniziativa, pur se la camomilla del primo tempo ha lasciato il posto a un the piuttosto scuro, addolcito dai maggiori spazi a disposizione.

Che vorrà dire che nei minuti finali Allegri è più agitato di Tudor? Che l’occasione l’ha persa più il Milan? Se pensiamo al rigore fallito e a un’altra occasionissima di Leão forse sì. Forse, però, perché alla fine la maggior parte delle intenzioni dell’una e dell’altra resta nel regno delle idee.

Paolo Marcacci

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