La stima preliminare del Prodotto Interno Lordo per il secondo semestre dell’anno indica una contrazione congiunturale dello 0,3%, peggiore delle attese. Questo segnale indica un cambio di rotta rispetto ai trimestri precedenti e all’andamento dell’area euro.
Non bisogna tuttavia confondere i dati annuali con i dati trimestrali, e bisogna evitare ogni approccio dogmatico che alimenta dei trionfalismi, alle volte, e altre volte degli allarmi esagerati.
Nonostante la contrazione dell’industria e dell’agricoltura, i servizi continuano a crescere, seppure meno di prima.
E la domanda nazionale contribuisce negativamente, cioè la cosiddetta domanda interna, quella che da anni è stata distrutta, mentre la domanda estera è praticamente nulla.
I numeri smentiscono l’idea, però, che la crescita del turismo possa compensare la flessione dell’industria.
Ecco, questo è un elemento fondamentale del ragionamento. Taluni dicono che “l’Italia potrebbe vivere di turismo“. Non è vero.
I numeri ci dicono l’opposto. La questione chiave è rappresentata dagli effetti che questa contrazione avrà sulla crescita annuale.
Per tornare in territorio positivo, il terzo trimestre dovrebbe realizzare un cambio di rotta drastico.
E la possibilità di raggiungere o superare un minimo del +1% dipenderanno allora dal terzo e quarto trimestre del 2023.
Ma le incognite più forti restano sul prossimo anno, il 2024.
Insomma, non ci vuole un genio per capire che a trainare il PIL al ribasso è soprattutto la componente industriale italiana, la più colpita dall’aumento dei costi dell’energia. In parte è produzione persa, in altra parte è molto tempo perso. Ma il tempo ha un valore in economia. E poi dipende dalla isterica politica restrittiva della Banca Centrale Europea che sta lavorando esplicitamente, ormai lo dobbiamo dire, per portarci in recessione perché non conosce altro modo per contrastare la corsa dei prezzi che non alzare il costo del denaro.
Bene, questa è la situazione che possiamo fotografare.
In questa situazione ci sono due elementi importanti. Il primo, che le nostre cause di fallimento dipendono da cause esterne.
E prima lo capiamo e smettiamo di fare “autoassunzione” di consapevolezza, perché noi italiani non ne abbiamo nessuna colpa, e meglio è.
Secondo, quello di cui invece abbiamo colpa è esserci fidati del fatto che le regole dettate dagli altri facciano meglio delle regole dettate da noi. Abbiamo distrutto l’industria italiana, è il momento di ricostruirla: industria, agricoltura e commercio.
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