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Fabinho, Rolex d’Arabia

“PS: Quel Rolex a Fabinho, come si vede nel video, è caduto di mano. I più romantici potrebbero vederci una metafora”

Fabinho ride, un po’ sorpreso, il “tifoso” gli fa i complimenti poi si sfila il Rolex e glielo mette al polso, come se gli stesse dando una pacca sulla spalla per fargli capire che è stato autore di una bella prestazione

Il giocatore, prima un po’ incredulo, poi ovviamente grato per il regalo, ringrazia in modo un po’ imbarazzato e se ne va, scuotendo la testa quando si allontana di qualche passo. Scuote la testa sorridendo, compiaciuto, come i bambini quando li si porta in un parco giochi dove le attrazioni sono superiori a quelle che loro si aspettavano. Perché persino per un professionista miliardario, che di Rolex ne possiede chissà quanti, quello è un gesto (ancora per un po’) fuori portata

A proposito di bambini, non è lontano il momento in cui più che parlare di quel gol in rovesciata, di quella finta, di quel rigore parato, parleranno di episodi del genere, di stipendi mensili, di benefit alla Neymar. Non è una lamentela moralistica, che sarebbe una perdita di tempo: è una presa d’atto che somiglia un poco a quella che adottammo quando trent’anni fa assistemmo alla prima partita in pay tv in Italia. Con la differenza che stavolta la portata è mondiale. Con la consapevolezza che il calcio continueremo a seguirlo comunque, con modalità ulteriormente variate, sempre più digitali e parcellizzate, ma in ogni caso quel metaforico o reale “stadio vuoto” non lo vedremo. 

Converrebbe però, per praticità, azzerare i tempi di eventuali dibattiti: se gli arabi vogliono davvero una loro squadra in Champions League, non perdiamo tempo a chiederci se la UEFA possa o meno accettare; cominciamo a scommettere sul modo in cui si sbrigherà per farlo accadere prima possibile. 

PS: Quel Rolex a Fabinho, come si vede nel video, è caduto di mano. I più romantici potrebbero vederci una metafora. 

Paolo Marcacci

Paolo Marcacci

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