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Sfatiamo il mito dei “giovani che non vogliono lavorare” ▷ Balzano: “Frutto di una strategia col solito obiettivo”

“Pochi giovani vogliono apprendere l’oscura e raffinata arte del cuoco“.
Così intitola La Stampa. Sebbene possa sembrare una notizia di oggi, non lo è.
Il quotidiano torinese affrontava i problemi del mondo del lavoro l’8 settembre 1959.
Erano passati solo 14 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e già si discuteva dei famosi “giovani che non vogliono lavorare“.
Il fatto che se ne parli anche oggi, e allo stesso modo, è sorprendente.
Ma una differenza c’è: quegli anni ’50 erano gli stessi dello storico miracolo economico italiano.

“Non faccio un lavoro che non mi piace per soldi“, sostenevano i giovani intervistati all’epoca dell’articolo.
La stessa problematica è raccontata anche oggi dalla narrativa generale del mondo lavorativo, ma secondo Savino Balzano, esperto sindacalista dei problemi del lavoro, c’è qualcosa che non torna nei racconti sugli “svogliati” giovani di oggi.
A detta di Balzano, la revisione dopo più di 60 anni dell’articolo de La Stampa ha un determinato risultato.

“Ci fa rendere conto di come una certa narrazione, che pare raccontata e presentata come figlia della contemporaneità, dei problemi che ci affliggono oggi, in realtà sia il frutto di una strategia che viene perseguita ciclicamente, sempre uguale, con gli stessi obiettivi“.
E quegli obiettivi sono gli stessi di quelli portati avanti negli ultimi anni in Italia: gli obiettivi dell’assistenzialismo.
4 novembre 1978, La Stampa si domanda perché molti giovani rispondano negativamente all’offerta di lavoro dell’ufficio di collocamento.
Un quesito che ricorda molto la storia travagliata del Reddito di Cittadinanza.
“In quell’articolo si propone la stessa ricetta che si propone oggi – spiega Balzano – cioè l’assistenzialismo.
Questa cultura assistenzialista disincentiva il mondo del lavoro, disincentiva la partecipazione.

E’ veramente pazzesco che si sia gridato al ‘fannullone’ nel corso dei tempi. Cosa succede così facendo?
Si va a foraggiare la creazione di un mondo del lavoro che in realtà è un mondo di schiavitù.
Un mondo del lavoro con regole assolutamente depotenziate, privo di tutele, privo di diritti.
E se tu in qualche modo non ti adegui a questa narrazione o sei un fannullone o sei uno che vuole una vita comoda.
Oppure, molto banalmente, sei una persona fuori dalla storia e fuori dal tuo tempo.
Io credo che questo sia molto, molto grave, decisamente inaccettabile.

E questo ha comportato molti dei gravissimi effetti che i lavoratori ancora oggi patiscono nelle condizioni che vivono quotidianamente.
In sostanza è una forma di criminalizzazione di tutti i coloro i quali non si piegano a logiche di schiavitù
“.

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