La riforma del Mes procede come un treno, investendo quelle che erano le condizioni poste dal Parlamento italiano. E come se non bastasse l’Unione Europea tira dritto anche sull’Unione bancaria, sempre a discapito delle nostre banche e quindi del nostro paese.
Imporranno infatti alle banche di diversificare la concertazione dei titoli di Stato nei loro portafogli, introducendo addirittura dei costi per la loro eccessiva concentrazione.
Ma guarda caso, come tutti sanno, sono proprio le nostre banche ad avere la maggior concentrazione di titoli di Stato italiani e dovranno quindi disfarsi di una quota significativa di questi titoli se non vorranno essere ulteriormente penalizzati.
L’unione bancaria in pratica incentiverà la vendita dei nostri titoli, ma non solo: si parla anche di un’indispensabile riduzione dei rischi.
E quali sarebbero i rischi secondo quelli del Mes?
La logica imporrebbe di pensare ai derivati, ossia a quelle che si sono dimostrate delle vere e proprie armi finanziarie di distruzione di massa e che raggiungono delle cifre incalcolabili.
Ma così non è.
Sappiamo bene infatti che i derivati sono in pancia alle banche francesi e tedesche, quindi meglio considerare come rischi soltanto le sofferenze bancarie, ossia quelle presenti nei bilanci delle nostre banche.
E’ la stessa logica questa con la quale decisero nel ’92 i parametri di Maastricht, ossia il tetto al debito pubblico che riguardava il nostro paese, ma non a quello privato che riguardava i franco-tedeschi.
Così anche il vincolo sul rapporto deficit/PIL da rispettare alla lettera, ma non quello sui surplus commerciali che riguarda la Germania.
Per quanto tempo ancora dobbiamo subire le dinamiche del Mes a nostre spese?
Quando arriverà un Governo capace di dire che tanto la riforma del Mes, quanto quella dell’Unione bancaria contengono elementi irricevibili dall’Italia?
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