Scopriamo dal capo ultras dei tifosi del Verona che Balotelli non è del tutto italiano: dunque non è sufficiente essere nato in Italia, molto probabilmente ci vuole la pelle di un altro colore, preferibilmente quella bianca e magari la razza ariana, ammesso che esistano le razze. E scopriamo poi dall’ex Ministro degli Interni che un operaio dell’Ilva vale dieci Balotelli.
Siamo di fronte a un problema serio di razzismo, che in buona parte si annida negli stadi italiani e – insieme all’analfabetismo di ritorno – governa molti nostri connazionali, che non sanno bene cosa sia la nazionalità e dimenticano che tutti noi in origine siamo africani.
Il punto centrale è che si sottovaluta troppo spesso questo aspetto, relegandolo a goliardate. E così assistiamo a guerre tra i poveri, come se l’oggetto della rabbia c’entrasse qualcosa con le vere ragioni della crisi, in realtà tutte interne.
Come risolvere il razzismo negli stadi? Prendiamo quei pochi e mandiamoli a fare lavori socialmente utili, magari a fare i camerieri e i cuochi nella casa di Balotelli, ad esempio. Oppure a cancellare le scritte razziste dai muri della città, perché non se ne può più di questa roba qui, ma meno ancora di vederla tollerare.
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