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C’è un pezzo di Marte in Antartide: “Così sopravviviamo isolati a -103 gradi”

A 3.200 metri di quota, nel cuore dell’Antartide, sorge la stazione italo-francese Concordia: un avamposto scientifico così estremo da essere definito “il Marte Bianco”, più isolato persino della Stazione Spaziale Internazionale. Qui, tra buio totale, -80 gradi e isolamento di nove mesi, l’uomo non vive: sopravvive, e proprio per questo diventa un laboratorio vivente per le future missioni su Marte. A raccontarlo, ai microfoni di Astrea – Il futuro che verrà, sono Thomas Gasparetto, astrofisico e ricercatore dell’INAF di Roma, e Massimiliano Catricalà, tecnico elettronico del CNR e due volte capo spedizione invernale a Concordia.

Un laboratorio naturale per il pianeta rosso

Concordia non è soltanto una base di ricerca: è un banco di prova per capire come corpo e mente umani reagiscano a condizioni paragonabili a quelle di un altro mondo. Le attività scientifiche coprono glaciologia, chimica dell’atmosfera, astronomia e fisiologia umana, con esperimenti che arrivano anche dall’Agenzia Spaziale Europea. Come spiega Gasparetto, “i responsabili solitamente se ne stanno al calduccio delle loro case durante il periodo invernale, mentre noi siamo lì per fare l’attività in luogo, per fare la manutenzione degli impianti, per prendere i dati”. La base, nata per i carotaggi del progetto EPICA, ha permesso di ricostruire il clima terrestre fino a 800.000 anni fa, ma oggi il suo valore si misura anche in una nuova direzione: capire come l’organismo umano si adatti a un ambiente ostile quasi quanto Marte.

Buio totale e notte polare: l’effetto sul corpo e sulla mente

Per tre mesi all’anno il sole non sorge mai. Gasparetto descrive il passaggio graduale dalla luce continua dell’estate al buio assoluto: “piano piano il sole inizia a tramontare, che è qualcosa che non si vedeva da mesi, e tramonta sempre di più finché non arriviamo appunto all’ultimo tramonto”. Paradossalmente, per il suo lavoro di astronomo questo è il momento più importante: “più avanza il buio, più aumenta la notte, ecco che lì ho dovuto lavorare chiaramente di più”. Ma il prezzo psicologico è alto. Catricalà non nasconde la fatica di una routine scandita solo dall’oscurità: “fai colazione col buio, pranzi con il buio, ceni con il buio ed esci fuori anche al lavoro con il buio, con la torcia sulla testa come minatori, al freddo e al gelo”. A questo si aggiunge il freddo estremo: la temperatura reale ha toccato gli -83 gradi, ma con l’effetto del vento la percezione, il cosiddetto wind chill, è arrivata a -103 gradi, rendendo difficile anche “girare una semplice vite”.

Niente medici specializzati, niente soccorsi: l’isolamento totale

Forse l’aspetto più simile a una missione spaziale è l’impossibilità di un soccorso esterno. Per nove mesi, ricorda Catricalà, “il medevac di per sé non può essere fatto perché a -80 il motore non gira proprio. Non c’è un mezzo meccanico che possa affrontare 6 ore di volo per arrivare da te”. Nel gruppo sono presenti due medici, uno di pronto soccorso e uno dell’ESA, ma anche loro hanno bisogno di supporto: per questo viene formata in loco una piccola squadra di infermieri ausiliari. Gasparetto, che ne ha fatto parte, racconta: “ci insegna a stare in sala operatoria, lavarci le mani, fare i punti, fare l’elettrocardiogramma, le conversioni”. Una preparazione improvvisata ma necessaria, perché a Concordia “siamo sulla Luna, effettivamente sulla Luna”, come sintetizza Catricalà.

Ipossia, isolamento e privazione sensoriale: le cavie sono gli stessi ricercatori

A 3.200 metri di altitudine, la pressione atmosferica equivale a una quota percepita ben superiore, e l’organismo vive in condizioni di ipossia costante. Gasparetto spiega che questo permette di studiare i limiti cognitivi umani in vista delle missioni spaziali: “se riusciamo a vedere che il nostro cervello funziona bene a quella pressione, col 35% di ossigeno in meno, possiamo dire che la prossima navicella che andrà su Marte non avrà un’atmosfera di pressione come la Stazione Spaziale, ma magari il 70%”. A questo si aggiunge una privazione sensoriale totale: “per 13 mesi non vediamo né mosche né zanzare né forma di vita, niente di niente, né un fiore, né una pianta”, racconta Catricalà, descrivendo anche il cambio drastico nell’alimentazione, fatta di cibi congelati da febbraio in poi, dopo l’arrivo dell’ultimo aereo con prodotti freschi. Un’esperienza che lascia il segno: “quando dopo tanti mesi vedi il primo pomodoro che arriva col primo aereo, gli ho dato un morsicone perché era incredibile”, ricorda Gasparetto. Proprio in questi cicli di privazione e adattamento, secondo i due ricercatori, si nasconde una delle lezioni più importanti per chi un giorno dovrà vivere, e non solo sopravvivere, su Marte.Condividi

Redazione

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