Perché molti artisti e intellettuali prendono posizione su alcuni conflitti internazionali e restano invece silenziosi su altri? È da questa domanda che prende le mosse la riflessione del reporter e fotografo di guerra Giorgio Bianchi, intervenuto ai microfoni di Un Giorno Speciale. Nel suo ragionamento il tema dell’attuale conflitto in Medio Oriente si intreccia con una più ampia analisi del rapporto tra cultura, potere ed egemonia occidentale, che affonda le proprie radici negli anni della Guerra Fredda.
Secondo Bianchi, per comprendere il comportamento di una parte del mondo culturale contemporaneo è necessario tornare al secondo dopoguerra e alle strategie messe in campo dagli Stati Uniti per costruire la propria influenza culturale globale.
«Quel libro è un’inchiesta approfondita di come dagli anni ’50, quindi dal dopoguerra in poi, la CIA, e poi successivamente la Rockefeller Foundation e la Ford Foundation, abbiano iniettato milioni e milioni di dollari per promuovere intellettuali e artisti che erano di sinistra, quindi progressisti, ma anticomunisti».
Bianchi richiama il volume La guerra fredda culturale della CIA di Frances Stonor Saunders, sostenendo che attraverso finanziamenti e iniziative culturali sarebbero stati sostenuti numerosi protagonisti del panorama artistico e intellettuale occidentale. Tra gli esempi citati figurano la rivista Tempo Presente di Ignazio Silone e correnti artistiche come l’espressionismo astratto rappresentato da Jackson Pollock, Willem de Kooning e Mark Rothko.
Nella lettura proposta dal reporter, l’obiettivo non sarebbe stato soltanto contrastare l’influenza sovietica, ma costruire una vera e propria egemonia culturale statunitense capace di sostituire il primato esercitato per secoli dall’Europa nei campi dell’arte, della musica e della cultura.
«L’impero nascente doveva diventare egemone e doveva innanzitutto contrastare l’egemonia culturale sovietica, che comunque era europea, e più in generale contrastare l’egemonia culturale dell’Europa».
Bianchi descrive un processo che avrebbe progressivamente modificato il panorama culturale occidentale. «La pittura parlava francese, la musica parlava francese, l’arte parlava italiano, la moda, il costume. Loro hanno iniettato milioni e milioni di dollari per creare egemonia culturale, distruggendo quelle che erano invece le tradizioni culturali e importando la loro».
Da questa ricostruzione storica deriva una riflessione sul ruolo pubblico degli artisti e sul peso attribuito alle loro opinioni nel dibattito contemporaneo. Bianchi invita a non considerare automaticamente autorevoli le posizioni espresse da personaggi del mondo dello spettacolo soltanto in virtù della loro notorietà.
«Bisogna stare cauti sul ruolo degli artisti. Perché a me che me frega di quello che pensa De Gregori? Perché De Gregori dovrebbe avere un pensiero migliore del mio su una determinata cosa?».
Il punto, precisa però il giornalista, non riguarda il diritto degli artisti di intervenire nel dibattito pubblico. La questione sarebbe piuttosto comprendere i criteri che determinano quando alcune personalità scelgono di esporsi e quando invece preferiscono mantenere il silenzio.
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