Leggiamo che Donald Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo, attuale presidente della civiltà talassocratica del dollaro, sta seriamente valutando di ridimensionare l’operazione in Iran. Eppure egli stesso aveva più volte ribadito che la guerra era ormai pressoché terminata e che, parole sue, non c’era più nulla da bombardare in Persia.
Dove sta dunque la verità? La Persia sta capitolando o sta invece resistendo eroicamente?
Da un lato, secondo le dichiarazioni iniziali di Trump, la Persia sarebbe ormai a fine corsa, prossima alla capitolazione. Dall’altro lato, i fatti sembrano suggerire il contrario: una resistenza tale da costringere il presidente americano a fare marcia indietro e a ridimensionare la propria presenza in Iran. Si apre quindi una frattura tra la retorica trionfalistica e la realtà sul campo.
Nel frattempo, la Persia ha lanciato un missile contro la base americana di García Diego, in mezzo al mare. Un chiaro segnale che, se vuole, può colpire direttamente l’Europa senza troppa fatica, arrivando fino a città come Milano, Parigi o Londra. E mentre questo accade, Londra concede stoltamente il via libera a Washington per l’uso delle proprie basi militari in Inghilterra.
L’ammissione di Trump circa la volontà di ridimensionare l’operazione iraniana segnala, al di là della retorica, che la Persia è un osso duro e sta costringendo i vili aggressori di Usraele a fare marcia indietro. Avevano fatto male i conti: l’Iran, preparato da diversi lustri, si sta difendendo egregiamente ed eroicamente, anche grazie al supporto militare e tecnico dei suoi alleati cinese e russo.
Vi è ancora speranza: esiste già, de facto, un mondo multipolare o poliarchico, capace di resistere contro la barbarie dell’imperialismo a stelle e strisce e la sua libido dominandi su scala planetaria. Non è finita la storia, come sosteneva Fukuyama: è finita una storia, quella della dominazione monopolare di Washington, uscita vincitrice dalla Guerra Fredda. L’emersione di potenze come Russia, Cina e Iran sta infatti mandando in frantumi il sogno americano, che coincideva con l’incubo dell’intera popolazione mondiale.
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