Non è solo una questione energetica, ma un cambio di paradigma che ridefinisce rapporti di forza, sicurezza e territorio. Il rigassificatore di Piombino diventa il simbolo di una transizione gestita in emergenza. E dentro questa emergenza, secondo Manlio Dinucci, si nasconde una contraddizione strutturale.
Il passaggio al GNL segna, per Manlio Dinucci, una trasformazione strutturale del sistema energetico. «Un gasdotto richiede un accordo intergovernativo, interstatale. Quindi è anche nell’interesse dei paesi sia fornitori che quelli consumatori creare rapporti che siano fondamentalmente non conflittuali».
Con il GNL, questa logica viene meno: «Ora invece si è passati a una sorta di mercato libero, per cui il GNL è l’energia ideale perché si va a prendere dove è disponibile». Un cambio che sposta l’energia da fattore di cooperazione a leva competitiva.
La nuova catena del GNL introduce una moltiplicazione dei passaggi e delle criticità. Dinucci insiste sul punto, partendo dall’origine: «Si tratta di mettere nelle falde sotterranee non solo acqua ad alta pressione, ma con sostanze chimiche per spremere queste rocce come una spugna».
Il rischio, però, non si esaurisce nell’estrazione. «Il tutto implica operazioni che sono talmente pericolose», afferma, sottolineando come l’intero ciclo — dalla liquefazione al trasporto fino alla rigassificazione — aumenti la vulnerabilità complessiva del sistema.
Nel caso di Piombino, secondo Dinucci, si verifica una rottura evidente rispetto agli standard di sicurezza. «Questo rigassificatore è lì nel porto, entrano le navi metaniere per travasare in un porto che non è attrezzato per quello ed è in pieno abitato».
Una scelta che, nella sua lettura, annulla le precauzioni normalmente adottate: «Tutte le zone concentriche di interdizione alla navigazione sono annullate».
Il punto non è solo locale: l’urgenza energetica finisce per ridefinire i criteri stessi con cui vengono prese decisioni su infrastrutture ad alto rischio.
L’ultimo livello riguarda la gestione pubblica del rischio. Dinucci pone una domanda diretta: «Ci si rende conto che nella nave che è nel porto di Piombino c’è quel potenziale esplosivo?».
E insiste su un elemento politico: «Qui ci tolgono delle informazioni e a Piombino c’è un movimento che ha avuto alterne vicende, ma c’è».
Il passaggio decisivo è quello temporale: «Avevano detto che la nave sarebbe rimasta lì un tempo limitato e ora sarebbe stata levata dal porto di Piombino». Ma la prospettiva cambia: «Dopodiché la nave rimarrà per un tempo indefinito lì».
È in questa continuità che, secondo Dinucci, il rischio smette di essere eccezione e diventa parte strutturale del sistema, mentre il dibattito pubblico si riduce fino a scomparire.
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