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Ponte Morandi: la verità che nessuno vuole dire sulle privatizzazioni

La recente condanna di Castellucci a 12 anni per il disastro del Ponte Morandi, quello in cui, ricordiamolo, a Genova persero la vita molte persone per l’incuria della manutenzione, riapre il dibattito sulla gestione delle infrastrutture strategiche italiane. Per comprendere meglio questo dibattito bisogna guardare alla trappola in cui operano i manager delle reti, cioè al conflitto tra una necessità tecnica di manutenzione, da una parte, e la pressione degli azionisti, dall’altra, che vogliono massimizzare i dividendi nel breve termine. Quindi un manager deve decidere se fare quello che il buon senso, oltre che la legge, chiederebbe oppure mantenere la propria seggiola, essere rinnovato e non rischiare di andare a casa perché ha fatto pochi profitti o addirittura delle perdite.

Poiché i ricavi sono stabili e regolari, il profitto aziendale diventa funzione del taglio dei costi, rendendo le spese per la sicurezza apparentemente comprimibili o superflue, finché non si verificano eventi catastrofici. Insomma, le manutenzioni costituirebbero una sorta di valore differito, legato al danno cessante, invisibile a chi consegue risultati trimestrali o semestrali, spingendo sostanzialmente i manager a fare una sorta di roulette russa ispirata alla dittatura economica dei parametri che si studiano come aziendalisti, cioè il ROI, il Return on Investment, il ROE, cioè il Return on Equity, e altri.

Il punto è che dobbiamo fare una seria riflessione sulle privatizzazioni, perché mi ricordo che, all’epoca, parliamo di 30 anni fa, tutti erano convinti che privatizzare avrebbe migliorato i servizi e dato dei vantaggi per i cittadini. A distanza di 30 anni, quando vedo delle code chilometriche sulle autostrade della Liguria, a chi si può rivolgere il cittadino? Perché la vera questione è: con chi si lamenta? Una volta, ogni 2, 3, 4 o 5 anni, a seconda dei casi, c’erano cambiamenti politici, c’erano elezioni politiche e quindi uno poteva manifestare il proprio dissenso. Non solo: vi sembra che il servizio sia migliorato? A me pare che sia stato disastroso, ma in tutti i servizi pubblici.

Allora la domanda è: la privatizzazione veramente migliora l’efficienza? Risposta: no, soprattutto se è una privatizzazione che è stata fatta con criteri di appartenenza politica. Questo risale a 30 anni fa, naturalmente, e quindi tutta la visione della distruzione dell’apparato pubblico, che era propedeutica, peraltro, alla costruzione di un apparato burocratico europeo, in cui la politica non c’entra più perché c’entra la burocrazia, ha creato due mostri: da una parte la burocrazia che gestisce la parte pubblica e, dall’altra, la ciccia, dove si guadagna, che è stata privatizzata, a partire anche da parte del sistema bancario.

Valerio Malvezzi

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