Quando la premessa è che il Sassuolo ha saputo essere apprezzabile e persino pericoloso perlomeno per un tempo, non è per coltivare il gusto del paradosso: è per far capire ancora meglio come e quanto venga fuori, alla lunga, la schiacciante superiorità dell’Inter in questo tipo di partite: spesso insidiose per le altre squadre di vertice, quasi sempre appetitose per i nerazzurri.
A scanso di equivoci: Chiffi non è piaciuto nemmeno a noi, non del tutto perlomeno, ma è un altro discorso.
Tornando al gioco, l’orchestra di Chivu è tale perché i solisti sono tutto responsabilizzati al massimo grado, quindi i meriti dei singoli cadono a pioggia dalla saggezza di un allenatore la cui mentalità cresce di settimana in settimana. Il bello di un collettivo del genere è che quando c’è da scegliere gli scatti più emblematici si può prescindere dalle reti, anche perché dietro ogni segnatura c’è l’esecuzione di uno spartito mandato a memoria, calci piazzati compresi.
Che la palla sia in movimento o meno, però, stasera è pressoché impossibile prescindere dal mancino di Federico Dimarco, che è come il filo di ferro (ma che sa farsi piuma, diceva il poeta) che sorregge l’impalcatura dei più appariscenti carri di Carnevale; oppure, una volta messe in fila le perle delle singole giocate di Mkhitaryan e Sucic, come la lucidatura dell’ultimo passaggio sul diadema della trama di gioco.
Se gli altri, da Bisseck Luis Henrique, hanno firmato la “sceneggiatura” del tabellino, lui ha scritto tutti i dialoghi.
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