Il tempo gli avrebbe scavato ancora di più il poco viso attorno agli zigomi; la disillusione dell’aver avuto ragione gli avrebbe dato uno sguardo ancora più inquieto.
Roma, tutt’attorno, gli sarebbe cresciuta addosso: obesa di cemento, scomparsa e sepolta nella sua selvatichezza, rimossa come ogni vitalità incontrollabile. Non avrebbe più prati incolti o spiazzi abbandonati dove fermarsi a palleggiare, slacciandosi la cravatta, sporcando i mocassini, con indigeni piccoli e sporchi, affamati e sorridenti di denti neri e contentezza inconsapevole; felici solo di esserci, per dare un senso a tutto quello che si può derubare alle regole che non si vogliono conoscere.
Perfino il suo demone se ne starebbe a cuccia: il buio della coscienza, la maledizione del desiderio avrebbero perso la purezza della proibizione; lo spettacolo della banalità si sarebbe sovrapposto alla vitalità dello scandalo e lo avrebbe fatto piangere d’avvilimento. Nessuna stazione a offrirgli un viale buio, e più niente per potersi vergognare.
Eppure Roma ogni tanto, tra rughe decrepite, mostra di saper piangere o ridere come quand’era bambina, ineducata come allora e non maleducata come oggi: omologata nel non avere tempo, nel condividere per finta, nel voler correre anche quando non ce n’è bisogno. Anche oggi che le baracche degli zingari hanno la parabola e loro rubano l’IPhone, non i soldi per entrare in rosticceria, come facevano il Riccetto e i suoi.
Perché il qualcosa d’indefinibile che è rimasto, che incredibilmente sopravvive, come la rondinella che stava per essere risucchiata dalle rapide del Tevere, è più forte di noi, di quello che siamo diventati.
Perché per avere uno sguardo capace di abbracciare, e comprendere, un orizzonte di vestigia imperiali e monnezza, di marmi secolari impassibili di fronte alle passeggiate delle mignotte, di perenne disincanto anche al cospetto di ciò che si ama, bisogna ancora tornare a vedere con i suoi occhi; lui, che riuscì a sentirsi partecipe e figlio di ciò che non gli apparteneva, da cui non era nato.
Come se la città fosse sempre stata lì, solo per aspettare che a raccontarle chi era, chi un poco ancora è, arrivasse un signore che si chiamava Pier Paolo Pasolini.
L’ha amata di più per colmare il vuoto di non esserci nato; è stato capace di svelarla anche a essa stessa, mentre le si nascondeva dentro.
Paolo Marcacci
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