La chiusura di Giù la Maschera da parte di Rai Radio 1 non è solo una notizia di palinsesto ma un fatto che apre interrogativi sul ruolo stesso del servizio pubblico. Marcello Foa, ideatore e conduttore del programma, ha parlato di una trasmissione “troppo libera e troppo indipendente”. Una definizione che lascia intravedere l’amarezza di chi ha creduto in un progetto fondato sul pluralismo e sulla qualità del confronto.
Il format, in apparenza semplice, aveva un pregio raro: un tema al giorno, discusso con ospiti capaci di rappresentare punti di vista differenti. Non si trattava del consueto talk polarizzato e urlato ma di un dialogo ragionato, in cui giornalisti e intellettuali potevano misurarsi su argomenti spesso evitati da altri media. In due anni, Giù la Maschera aveva costruito una propria identità, offrendo agli ascoltatori un’occasione di approfondimento che non seguiva le logiche della semplificazione o dello scontro artificiale.
Una delle poche voci fuori dal coro, proprio per questo preziosa.
La sua cancellazione non riguarda soltanto chi lo conduceva, ma chiunque creda che la missione del servizio pubblico sia dare spazio a ciò che altrove non trova spazio. Perdere un programma capace di unire rigore, pluralità e coraggio intellettuale significa rinunciare a una parte della ricchezza del dibattito democratico.
Foa ha spiegato, come riporta anche LaPresse, di essere rimasto “molto colpito e amareggiato” per la decisione della Rai, definendola inattesa. “[…] Il programma sparisce dai palinsesti di Rai Radio 1. Perché? È molto semplice: è cambiato il direttore di Rai Radio 1 e come sempre accade in queste circostanze in Rai i partiti politici hanno messo la loro voce per cercare di influenzare i palinsesti. Non è un mistero, è così da tanti anni. Quel che però è accaduto è abbastanza sconcertante“.
Conclude in ultima battuta: “Abbiamo trascorso due anni meravigliosi, di grande confronto, di grande passione, di grande onestà intellettuale, per cui il mio rammarico di non poter continuare questa avventura con loro. Però la mia battaglia per un giornalismo davvero indipendente, autorevole, non urlato ma sincero, continuerà. Di questo non dubitate”.
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