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Esistono davvero le “toghe rosse”? La lezione in diretta con il costituzionalista G. Preterossi

“Toghe rosse”. Per chi legge i giornali abbastanza assiduamente è impossibile non imbattersi nell’espressione. Difficile dire cosa sono, ancor più difficile provarne la non esistenza. Ma con il docente Geminello Preterossi non ne parliamo nel senso che ha voluto rivelare Luca Palamara, con le diverse correnti che si influenzano in magistratura: non è solo il pensiero strettamente politico che spiega il perché di certe sentenze e di certi indirizzi.

Interessi

“Diciamo questo, gli interessi ci sono e sono potenti. E ci sono talmente che qualcuno dei miei illustri colleghi, anche in gamba, ha teorizzato la concorrenza degli ordinamenti, cioè mettere in concorrenza gli ordinamenti è andare a scegliersi il foro e il sistema giuridico più vantaggioso dal punto di vista del business, dal punto di vista del profitto, fregandosene di tutto il resto. Già questo ti dice tutto.
Il punto qual è? E’ che poi c’è la propaganda e della propaganda sono vittime tanti, tanti colleghi e tanti studenti anche. C’è una speranza, cioè che i giovani e anche i giovanissimi – sarà una minoranza ma non piccola – hanno capito tutto. Percepiscono che probabilmente non c’è speranza per loro, soprattutto oramai il re è nudo per quella narrazione. Non voglio fare un discorso populista, ma prima si diceva che la gente comune, spesso capisce; magari non approfondisce ma percepisce che c’è qualcosa che non va. Va sicuro che anche diversi studenti, non è che è venuta meno del tutto la consapevolezza critica, il problema è un altro, è che c’è una melassa mainstream che paradossalmente è proprio dominante nei ceti medio-alti, i cosiddetti ceti medi riflessivi, che non sono riflessivi per niente, che invece non si pongono domande, sembrano dei robot, oppure peggio credono alle favole, cioè la bevono”

Il titano europeo

“Parliamoci chiaro, sull’Europa è stata fatta un’operazione assurda, è stata trasformata in un oggetto teologico. E purtroppo i ceti popolari vasti non ci credono perché ne sono successe troppe, tant’è che gli italiani ed europeisti sono diventati piuttosto scettici. Ma l’idea a livello medio dei ceti culturali, diciamo dei ceti intellettuali, è che non sta bene. E anche fra i giuristi quindi, per una parte significativa, l’idea è che ti vuoi mettere contro l’Unione Europea: non sta bene, è la nostra salvezza, ci ha dato la pace. Tutte cazzate.
Aggiungo il dramma della perdita del pensiero storico, del senso della storia. Allora, destoricizzazione, spoliticizzazione, naturalizzazione dei fenomeni sociali. I tratti costitutivi della cultura dominante, globalista e neoliberalista degli ultimi cinque, quarant’anni. Tu per essere autonomo politicamente, anche in senso realistico e poter far prevalere l’interesse generale su quelli appunto enormi oramai, particolari, business, privatistici. Devi avere un tuo senso dell’autonomia e della tua storia, delle tue radici, ma vogliamo fare il confronto fra la classe politica dell’unica repubblica che abbiamo avuto con tutti i suoi di limiti e difetti e poi soprattutto con tutte le tragedie che abbiamo vissuto?”

La cultura politica

Vogliamo confrontare la cultura politica e economica di Fanfani con quella di oggi? Quella di Moro, quella di Craxi, ci metto pure Andreotti, su cui ho un giudizio politico severo e storico, ma che certamente è stato un grande ministro degli Esteri. Cioè, erano altre generazioni e venivano da un’altra storia, ok, ma l’elemento decisivo era una solida formazione critica, consapevole, sul piano di che cosa è la storia, che cosa è la storia del tuo paese, che cosa è la politica, cosa sono le istituzioni e non scambiare il moralismo senza ethos, senza morale per la coscienza politica. Sbaglio?
Allora per fortuna le cose stanno cambiando, perché ci ribadisco sarà una minoranza soprattutto di giovani che non la beve più Dopodiché c’è un’opera enorme da fare, direi quasi pastorale, di recupero della coscienza dei giuristi. Però qualcosa anche lì si muove. Per esempio sono stato invitato varie volte da magistrati l’anno scorso, negli ultimi due anni, e ho detto che io rispetto molto la magistratura, ma gli faccio anche delle critiche. Poi lo sapete, c’ho idee un pochino discole. “Siete sicuri?” gli faccio: “No, no, ma proprio lei vogliamo perché almeno ci viene a dire certe cose e ne abbiamo bisogno”. Quindi qualcuno c’è, non è che non c’è”

Nel video l’intervista completa ai microfoni di Fabio Duranti.

Fabio Duranti

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