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Stiamo per entrare nella geopolitica della spesa: vuol dire militarizzazione del nostro portafoglio

Negli ultimi anni, stiamo assistendo a un profondo mutamento nel panorama economico globale. Per comprenderne il significato, almeno dal punto di vista economico, è necessario soffermarsi su due questioni fondamentali. La prima riguarda il fenomeno del reshoring, ovvero il rientro nei Paesi d’origine delle attività produttive precedentemente delocalizzate. È come se si stesse riavvolgendo un nastro, tornando indietro di 20, 30, persino 40 anni, cioè all’epoca in cui cominciava a prendere forma il paradigma della cosiddetta globalizzazione.

La fine di una globalizzazione unidirezionale

Il primo a mettere in discussione questo processo è stato Donald Trump, rompendo le regole del gioco così come erano state intese fino ad allora. Si è iniziato a comprendere che la globalizzazione, più che un’apertura equa dei mercati, è stata spesso una forma di colonizzazione economica al contrario, nella quale i Paesi occidentali credevano di poter penetrare i mercati asiatici e dell’Est Europa, imponendo modelli produttivi e approfittando del basso costo del lavoro.

Tuttavia, l’ingresso di molti Paesi dell’Est Europa nell’Unione Europea ha modificato in parte questo schema. I contributi economici trasferiti a questi nuovi membri, pur essendo parte di una politica comunitaria solidale, hanno finito per creare ulteriori squilibri tra le economie. Sul fronte asiatico, invece, la delocalizzazione ha offerto enormi opportunità di sviluppo alle nazioni ospitanti, ma a scapito delle economie occidentali. È da qui che nasce il fenomeno della deindustrializzazione dell’Occidente.

L’illusione dei servizi e il crollo del tessuto industriale

Abbiamo vissuto con l’illusione che i servizi, la conoscenza e l’innovazione potessero sostituire l’industria manifatturiera. Ma la verità è che la produzione resta un pilastro fondamentale per l’economia. La settimana scorsa sono stato relatore a un convegno al Senato e nei prossimi giorni interverrò alla Camera per presentare i dati sullo stato dell’industria italiana. Questi numeri parlano chiaro: abbiamo smantellato il tessuto industriale dell’Occidente, commettendo un errore storico dalle conseguenze profonde.

La crisi del modello ESG: un cambiamento in atto

La seconda questione cruciale riguarda il mutamento di approccio alle politiche ESG (Environment, Social, Governance). Questo modello, almeno nella sua formulazione originaria, sta mostrando tutti i suoi limiti. Anche in questo caso, il cambiamento è stato anticipato da Trump, ma ora sono le stesse borse internazionali e le grandi banche a metterlo in discussione.

Il tema ambientale, in particolare, ha finito per sottrarre risorse alla produttività. Un economista deve dirlo con franchezza: si è creata un’eccessiva burocrazia, che penalizza le piccole realtà, mentre le grandi multinazionali, anche quando causano danni ambientali e sociali, spesso non ne subiscono le conseguenze. È inaccettabile che una pizzeria sotto casa debba compilare montagne di scartoffie, mentre altrove si chiudono entrambi gli occhi.

Dal pareggio di bilancio alla geopolitica della spesa

Il cambiamento più preoccupante, tuttavia, riguarda l’evoluzione della “G” di Governance. In teoria, avrebbe dovuto rappresentare il controllo delle imprese e la trasparenza della gestione economica. Oggi, invece, sembra che venga sostituita dalla “geopolitics” o, peggio, dalla “strategic geopolitics”. In parole semplici: le regole sul debito pubblico possono essere aggirate in nome della spesa militare. Una deriva pericolosa.

L’ho affermato con chiarezza al Senato e lo ripeterò alla Camera: invece di costruire bombe, dovremmo formare diplomatici. Ma ho il timore che le mie parole, per ora, cadano nel vuoto.

Malvezzi Quotidiani, comprendere l’economia umanistica con Valerio Malvezzi

Valerio Malvezzi

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